Su Renzi e sulla democrazia che non c’è più

di Tina Massimini e Alfonso De Amicis *

L’incarico al “Gallo Cedrone” Renzi  di formare il governo rappresenta una continuità storica che ha inizio dai primi anni duemila. Il destino della democrazia è stato segnato dal “patriot act” e dalle politiche di “security” che si sono succedute a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle e con le successive guerre in Afghanistan e in Iraq. La formula della “sicurezza”  oggi funziona in ogni ambito: dalla vita quotidiana ai conflitti internazionali e/o ai conflitti in ambito sociale, economico e finanziario. La crisi come strumento permanente di ricatto, come elemento costitutivo di un potere d’eccezione. La “crisi infinita” usata per rimandare qualsiasi ipotesi di soluzione della stessa, per instaurare una emergenza strisciante e permanente ma anche per imporre nuovi e rinnovati domini.
Uno stato d’eccezione non dichiarato formalmente, che si regge su incerte nozioni giuridiche. Pensiamo a quanto accaduto in Grecia dal 2009 ad oggi. Nelle votazioni generali del 2009 il PASOK, primo partito con il 44%, è costretto – attraverso le politiche del memorandum europeo – ad accettare tagli drastici allo stato sociale, riduzione di salari e pensioni (che, anche con il benestare della BCE, erano stati precedentemente gonfiati per motivi puramente clientelari/elettorali).

La Grecia cercò una via d’uscita con il proprio segretario generale George Papandreou che aveva chiesto un referendum affinché la democrazia ellenica potesse esprimersi sulle politiche di austerità imposte da Germania e dalla troika. La fulminea risposta dell’Europa rappresentò l’abolizione dei principi democratici a favore dell’austerità espansiva e qualunque costo.
Il PASOK non mosse ciglio e accettò. Il 6 maggio 2011 Nea Demokratia e i socialisti sommati superarono appena il 32% nelle elezioni generali. Alle ultime elezioni del 2012 vinse Nea Demokratia con il 29,66% portandosi a casa anche il premio di maggioranza che accorda 50 deputati. La Grecia è stata usata in maniera spietata per sperimentare le politiche recessive del debito ed è stata usata per capire sin dove ci si poteva addentrare nel terreno sconosciuto della “sospensione” della democrazia, determinando di fatto, il superamento delle regole costituzionali nate dalla guerra al nazifascismo.
Qui in Italia, ma in modi diversi, sono state create le condizioni per il superamento  delle forme tradizionali della democrazia parlamentare attraverso  prima il governo delle larghe intese affidato a un grigio uomo della Bocconi: Mario Monti.
Successivamente:
·         elezione del “nuovo” Presidente della Repubblica, cioè sempre Giorgio Napolitano (un episodio senza precedenti. Una procedura istituzionale e politica applicata per la prima volta dentro una crisi di legittimità della classe politica italiana);
·         elezioni politiche, avvenute ancora una volta con la legge “porcellum”, e che non ha determinato una maggioranza evidente, ma che ha incaricato una classe politica affetta da nanismo tale e quale alla struttura produttiva del Paese che pretende di “governare”;
·         quindi il governo Letta abbattuto dal suo stesso Partito;
·         infine l’incarico a Renzi.
Siamo alla svolta di un percorso istituzionale che considera la democrazia elettorale alla stregua di un televoto. Al massimo possiamo cambiare canale che però propina la stessa pappa.
L’esigenza, delineata, di far risalire  al popolo la sovranità e la pretesa reale dei gruppi oligarchici di dominare il popolo – sia pure in vista del suo futuro vantaggio – produsse, già all’inizio dell’ascesa al potere della borghesia, numerose difficoltà. Il dilemma venne acuito dal fallimento del tentativo fascista di circoscrivere il potere statale a gruppi dirigenti privi di una legittimazione attinta alle masse con i crismi costituzionali. Dopo quegli anni il liberalismo è punto ed a capo.
Oggi lo stato liberale prova ad inoltrarsi di nuovo su un percorso fascistizzante ed autoritario con tecniche di nuovo conio che  si sono arricchite di arsenali della manipolazione dall’alto verso il basso tali da imporre “nuove costituzioni” modificate in modo sostanziale. Le antiche democrazie politiche europee non possono più continuare a lavorare con i vecchi procedimenti perché non corrispondono più alle attuali moderne e veloci esigenze sociali e il tentativo di Renzi guarda con  interesse alla necessità di garantire il potere e la libertà della nuova borghesia trasnazionale e dei lacchè della provincia Italia per assicurare l’ordine e la moralità dell’Europa, dell’euro e dei trattati già sottoscritti.
L’Architrave di questa operazione è tutta dentro il PD ovvero il partito dell’Ordine europeista.
 “Il partito dell’ordine, frantumando il 13 giugno la Montagna, aveva insieme ottenuto di assoggettare la Costituzione alla maggioranza dell’Assemblea nazionale. In tal modo esso  considerava la repubblica l’etichetta del dominio borghese con forme parlamentari e senza il limite del veto del potere esecutivo come nella monarchia” (*Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte *di Karl Marx).
Per le attuali oligarchie esiste l’esigenza di chiudere con la democrazia parlamentare sperando di poter riproporre una legge elettorale che tenga fuori qualsiasi istanza popolare e democratica
La Corte Costituzionale bocciando il “porcellum” ha inteso sottolineare che il sistema elettorale di tipo proporzionale è l’unico costituzionalmente corretto e capace di garantire la massima rappresentanza.
Contemporaneamente  si vara il testo unico sulla rappresentanza del lavoro sulla scia di Palazzo Vidoni durante il fascismo. Il monopolio della rappresentanza sulle povere (sic!) spalle dei sindacati confederali complici insieme a UGL  (già ben allenato nel sottoscrivere qualunque accordo).
Precarizzazzione del lavoro, povertà, cultura, stato sociale e tanto altro ancora: tutti argomenti che nessuno ha interesse nel trovare una soluzione.
Rimane l’urgenza di concretizzare i rapporti giuridici che sanciscano la gerarchia sociale e politica che si è determinata negli ultimi venti anni in modo da chiudere il cerchio e garantirsi un avvenire senza ostacoli e a qualunque costo.
Ma le attuali oligarchie sono formalmente forti soltanto a causa delle nostre divisioni. Sono forti perché abbiamo abbandonato il terreno del conflitto e della memoria. Sono forti perché siamo senza organizzazione un errore, quest’ultimo, assolutamente imperdonabile. Negli ultimi anni abbiamo buttato il bambino e l’acqua sporca.
 Siamo d’accordo su alcuni temi proposti in tema di organizzazione, tuttavia abbiamo il presentimento che un soggetto fatto di soli quadri oggi sia insufficiente di fronte al disastro provocato d soggetti che hanno pensato di risalire la china della sconfitta attraveso una presenza istituzionale. Siamo convinti che vi sia la necessità di fome di oganizzazione fatta di militanti, ma vanno sperimentante forme di partecipazione di massa. Lo richiede la situazione particolarmente complessa, lo richiede il tempo storico.
* ROSS@ L’AQUILA

 

Annunci