Assemblea Nazionale 14/12 – Relazione politica

1) Dopo le ultime evoluzioni del quadro politico del nostro paese, mentre la crisi e la ristrutturazione capitalistica proseguono e le lotte e i movimenti sociali contrastano, ma non ribaltano la tendenza di fondo alla distruzione dei diritti sociali, è lecito domandarsi se sia necessaria, se sia possibile, come si possa avviare la costruzione di un soggetto politico esplicitamente anticapitalista unitario e di massa. Una cosa è chiara. La rabbia sociale dilagante o sarà egemonizzata dai ceti medi impoveriti, o da un nuovo blocco sociale antagonista e anticapitalista che parta dal mondo del lavoro sfruttato e precario. Nel primo caso è possibile che lo sbocco della crisi sia tutto nel conflitto tra destra borghese e liberale e destra neofascista. Nel secondo caso lo scontro principale sarà tra destra borghese e sinistra anticapitalista. Questa è la sola via democratica. Costruire le condizioni sociali e politiche perché si realizzi questo scontro è il compito principale del soggetto politico nuovo.

 

2) La necessità del soggetto politico deriva dal carattere costituente della crisi e della sua gestione da parte delle classi dominanti, in Italia e in Europa. Bisogna cominciare a cogliere nella crisi la prevalenza degli aspetti di riorganizzazione economica e sociale su quelli di caduta e crollo. Cioè quello che abbiamo di fronte, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà, è un disegno. Un disegno che mette in discussione lo stato sociale di modello europeo e il sistema di potere democratico definito dopo la sconfitta del fascismo. Questo disegno è contemporaneamente di restaurazione del capitalismo più brutale e di modernizzazione e comporta necessariamente processi autoritari più o meno accentuati. Quello che viene definito il colpo di stato della finanza e delle banche si propone un progetto di società e un modello di gestione del potere al tempo stesso reazionari e nuovi. Per questo la pura soggettività dei movimenti sociali, per quanto indispensabile per contrastare il disegno, non è sufficiente. Siamo di fronte a un progetto e a un sistema di potere, e questo ripropone la necessità di un progetto alternativo, senza il quale le stesse lotte di resistenza sono più deboli. Questo è ancora più necessario di fronte alle contraddizioni e alle difficoltà che incontra il processo di restaurazione. Se non si costruisce l’alternativa la rabbia sociale può confluire in spinte reazionarie di massa, come altre volte è stato nella storia europea. Questa alternativa va costruita politicamente contro il sistema di intese che governa l’Europa. Il centrodestra e il centrosinistra social liberali sono gli avversari principali.

3) I capisaldi economico sociali del progetto di restaurazione e modernizzazione capitalista in Europa sono da trent’anni l’abbandono della politica della piena occupazione e la privatizzazione delle funzioni dello stato sociale. Entrambe queste scelte hanno lo scopo di ricostituire i margini e le dimensioni dei profitti, adeguandole ai bisogni della finanza globale. La piena occupazione viene abbandonata a favore della disoccupazione di massa che si intreccia con la precarizzazione e la flessibilità dellaforza lavoro. Il risultato è un abbattimento generale dei salari e un aumento degli orari effettivi che permette di ricostituire margini di profitto in tutti i settori produttivi. La privatizzazione dei servizi dello stato sociale viene perseguita perché tutte le classi dirigenti europee sono consapevoli che nel continente è impossibile la crescita trainata dai consumi, dalla industria, dai servizi come nel passato. Per la grande borghesia è indispensabile dissodare nuovi terreni alla ricerca del profitto e questi non possono che essere le pensioni, la sanità, la scuola, l’acqua, i trasporti, l’energia, in parte anche la casa, cioè tutti quei beni e servizi che dopo il ’45 erano stati sottratti, in modo più o meno marcato, alle logiche del profitto.

La crisi, con la pressione della finanza e delle banche sul debito pubblico è diventata l’occasione per imporre la privatizzazione come risposta all’emergenza. Nello stesso tempo la crisi, imponendo una accelerazione e una brutalizzarono delle politiche liberiste, ne amplia le contraddizioni e le difficoltà. Le classi dominanti hanno un solo progetto, quello della restaurazione, e però fan sempre più fatica a portarlo avanti. Questo apre lo spazio alla rottura, che sarà progressista solo se sarà in campo una sinistra anticapitalista di massa.

4) La costruzione reale europea è diventata lo strumento istituzionale, politico e ideologico per realizzare la restaurazione e modernizzazione capitalista. A partire dalla fine degli anni ’70 con il serpente monetario europeo le politiche liberiste sono diventate costituzione formale di quella che oggi si chiama Unione Europea. Tutti i successivi trattati e patti, da Maastricht agli accordi per l’Euro al fiscal compact ai patti di stabilità, hanno definito in modo rigido e non riformabile la costituzione liberista dell’Europa. La crisi economica ha quindi permesso di rendere brutalmente operative e di giustificare politiche liberiste che erano già definite e predisposte. L’austerità europea è dunque li prodotto finale di un processo di costruzione trentennale e non è separabile dalle istituzioni comunitarie. Che dunque non sono riformabili e che anzi hanno accentuato il loro carattere totalitario, mettendo progressivamente fuori e contro di se tutta la critica al capitalismo. Il mercato globale è diventato un valore e la cultura socialista e ancor più quella comunista son state considerate incompatibili con le istituzioni europee. Che sono governate da larghe intese di forze di centrodestra e centro sinistra che assumono come unico il pensiero liberale, declinato in maniera più o meno brutale a seconda delle circostanze. Tutto ciò che è fuori dal pensiero liberale viene definito come estremismo e neofascismo, negando lo stesso diritto alla esistenza ad un critica da sinistra alla costituzione europea.

5) La politica economica europea ha assunto in Italia una funzione di copertura politica e legittimazione ideologica sempre più accentuate. La ventennale crisi di credibilità e la corruzione delle caste politiche hanno fatto sì che l’Europa fosse fonte di legittimazione per le principali forze politiche e per le stesse istituzioni. Lo vuole l’Europa è stato lo slogan con cui si son fatte passare controriforme sociali che le caste politiche da sole non avrebbero avuto la forza di imporre.

Il berlusconismo e l’antiberlusconismo si sono combattuti e avvicendati facendo proprie tutte le scelte di fondo e assumendosi il compito di abituare il paese ad un democrazia a sovranità sempre più limitata e sempre più ristretta. La spettacolarizzazione e la banalizzazione televisiva del confronto politico hanno anch’esse avuto un ruolo rilevante. Alla fine il paese che ha avuto il più grande partito comunista dell’occidente si trova con la cancellazione dalle istituzioni politiche di ogni, pur tenue, espressione politica di critica al sistema capitalistico. Il totalitarismo del pensiero neo liberale cancella così il compromesso sociale e la democrazia antifascista definiti nella Costituzione e interviene per cambiare la Carta in favore di una governabilità spendibile sui “mercati”. Tutta la ideologia del maggioritario è espressione di una cultura politica autoritaria incompatibile con lo spirito di fondo della Costituzione. Ci vuole un capo legittimato dal popolo che governi in sintonia con i mercati. Il sindaco d’Italia è il podestà d’Italia investito dal plebiscito televisivo e dall’approvazione dello spread.

6) Il ventennio berlusconiano ha avuto un funzione preparatoria alla fase attuale non solo dal punto di vista della costruzione del potere della restaurazione capitalista, ma anche da quello della individuazione della base politica di questo potere. Una base politica che per essere duratura non poteva che essere “bipartisan”, cioè coinvolgere sia il popolo di destra sia quello di sinistra. Su quest’ultimo il lavoro ideologico è stato il più intenso. Il popolo di destra e moderato fino alla crisi attuale non ha sostanzialmente cambiato il suo modo di pensare. Il passaggio dalla DC a Berlusconi e alla Lega ha visto radicalizzare alcuni sentimenti storici, il rifiuto delle tasse, della solidarietà, delle regole, del conflitto sindacale, ma non modificare il sentire di fondo della parte moderata e conservatrice della popolazione italiana.

La vera e profonda trasformazione ideologica è stata costruita nel popolo della sinistra. Qui è stata compiuta un’opera profonda di sradicamento culturale utilizzando la pressione dell’urgenza del l’antiberlusconismo. La cultura socialista, da quella di Andrea Costa a quella del PCI, l’anticapitalismo popolare e riformista, la centralità del lavoro e del pubblico, sono stati spazzati via nel nome delle regole del mercato, del merito e della libertà d’impresa. Naturalmente questi valori liberali sono stati diffusi nel loro aspetto radicale, come mezzi per combattere Berlusconi. Che era contrastato non come padrone, ma come padrone che violava le regole dei padroni, che dovevano diventare regole di tutti.

La svolta della Bolognina dopo il crollo del socialismo reale è stata decisiva per questo sradicamento, ma non avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse stata egemonizzata dal radicalismo liberale anti berlusconiano e dalla sua spettacolarizzazione televisiva con le platee dell’indignazione. In questo modo il pensiero socialista è apparso come un pensiero debole, conservatore, riserva di vecchi apparati, mentre quello liberale anti berlusconiano è apparso come forte e vincente. Il quotidiano La Repubblica e i suoi simili e concorrenti sono stati decisivi nella trasformazione neoliberale della maggioranza politica del popolo della sinistra.

Ma un ruolo altrettanto importante lo hanno avuto l’assorbimento delle possibili leadership alternative nello schema anti berlusconiano e la concertazione sindacale.

In determinati periodi e in modi diversi sono apparse a sinistra figure carismatiche di riferimento per una alternativa di massa alla egemonia neoliberale sul popolo della sinistra. Ma alla fine esse son state riassorbite nello schema e nel potere dominante, che così ha ottenuto il doppio risultato di espellere dal sistema politico le rivendicazioni di cambiamento radicale e di creare sfiducia e senso di impotenza in chi le sosteneva.

7) La concertazione sindacale è stata determinante nell’affermare la centralità dell’impresa e delle compatibilità economiche e il ruolo subordinato ad esse degli interessi del lavoro. Essa ha combattuto la pratica ed il concetto stesso del conflitto sociale, visti come male da prevenire e contrastare perché dannosi per tutte le cosiddette parti sociali. Tuttavia, pur essendo un veicolo della diffusione della ideologia liberale, la concertazione ne ha anche rappresentato una contraddizione. Questo perché essa si è fondata sullo scambio tra la riduzione del salario e del potere dei lavoratori, e l’aumento del potere burocratico delle grandi confederazioni. In questo modo in Italia si è realizzato un processo unico nel mondo capitalistico occidentale. La regressione sempre più pesante del mondo del lavoro è stata per un lungo periodo accompagnata dalla crescita del ruolo politico ed istituzionale di CGIL CISL UIL. La crisi ha messo in crisi questo equilibrio ed ora le stesse forze dominati chiedono ai sindacai confederali di fare un passo indietro, diventando solo partner nella impresa. O accettano la complicità con la impresa senza più avere un ruolo politico generale, o le grandi confederazioni saranno spazzate via, questo il senso del messaggio di Marchionne, ma anche di quello di Renzi. La concertazione viene messa in crisi “da destra”, ma per sopravvivere CGIL CISL UIL si adattano alla complicità corporativa.

8) Se questoè il quadro costituente della crisi e delle forze in campo, la costruzione del soggetto politico antagonista deve partire dalla consapevolezza che indietro non si torna. Le lotte di resistenza del lavoro, nel territorio, sul piano sociale sono indispensabili e da esse bisogna partire. Ma il progetto di cambiamento non è un ritorno allo stato precedente, è un progetto di rottura rivoluzionaria.

Oggi la parola rivoluzione è stata tolta alla sinistra anticapitalista. Come durante il fascismo questa parola viene spesso usata come legittimazione di un processo di restaurazione che parte dalle classi dominanti e coinvolge le loro espressioni politiche e culturali. La rivoluzione neoliberista della signora Thatcher è il simbolo utilizzato per legittimare tutte le operazioni socialmente reazionarie. Così la difesa degli interessi popolari, del territorio, delle libertà diventa difesa conservatrice che si oppone alla rivoluzione del capitale.

Bisogna uscire da questo schema e ricostruire la legittimità politica e culturale della rivoluzione contro le classi dominanti, il mercato, il capitale.

Ridare concretezza alla rivoluzione anticapitalista, questo il compito costituente del soggetto politico antagonista. Dare concretezza sociale e politica alla parola rivoluzione significa trovare la dimensione politica tra la lotta di resistenza ed il progetto astratto. Non basta contrapporre all’Europa delle banche, dei padroni e della diseguaglianza l’alternativa del socialismo. Questa individua una prospettiva ed un punto di vista che sono necessari, ma non sufficienti. Occorre battersi per la rottura dell’Europa della restaurazione capitalista allo stesso modo con cui si rifiuta la guerra. Cioè con parole d’ordine, obiettivi e movimenti unificanti e immediati e per questo anche di compromesso. Obiettivi che siano il rovesciamento della politica dell’austerità con i suoi poteri reali, per aprire la via ad una nuova fase.

La rivoluzione è sempre un processo radicale che passa attraverso una transizione che non può essere definita a tavolino.

Alla obiezione che anche con questo schema più attuale e concreto si rischia di fare solo propaganda si può rispondere che questo è in parte vero, ma anche se fosse vero del tutto è meglio fare propaganda per una rivoluzione credibile, che sostenere una rivoluzione non credibile per fare propaganda.

9) La costruzione del soggetto politico anticapitalista richiede contemporaneamente percorsi di rottura e di unità. La rottura e prima di tutto con il sistema politico centrodestra centrosinistra e con il suo sistema di consenso, in primo luogo quello del sindacalismo concertativo.

L’unità è tra tutte le forze organizzate sul piano sociale e su quello politico che condividono e praticano questa rottura. Queste forze vengono da storie, esperienze, culture diverse, a volte son state in conflitto tra loro. Finora rottura e unità non si sono mosse assieme.

La rottura senza unità e la unità senza rottura hanno portato sinora allo stallo le forze dell’antagonismo e i segnali importanti di ripresa e tenuta , le manifestazioni del 18 e 19 ottobre, le lotte di Genova, la resistenza in Valle Susa non devono far sopravvalutare la situazione. Senza il consolidamento delle lotte in un soggetto politico antagonista unitario non ci sarà vero avanzamento. Per questo bisogna costruire un percorso comune, nel quale non si recrimini su cosa si è fatto nel passato, ma ci si impegni al rigore per il presente ed il futuro. Rigore nelle scelte politiche così come nei comportamenti personali.

10) Punti discriminanti immediati oggi sono:

– la rottura anche unilaterale con tutti i trattati della Unione Europea che hanno costituzionalizzato il liberismo e le politiche di austerità. Lotta alla controriforma costituzionale e al maggioritario.

– l’alternativa alla destra e la rottura con il centrosinistra e con tutte le politiche e le culture social liberiste. Lotta a fondo contro le culture reazionarie e neofasciste, anche quando si ammantano di vesti antisistema.

– La rottura con il modello sindacale concertativo e la lotta contro gli accordi del 28 giugno 2011 e 31 maggio 2013, per la ricostruzione di un fronte sindacale unitario tra tutto il sindacalismo conflittuale e di classe.

– La costruzione di un processo unitario dell’antagonismo sociale e politico, definendo le sedi, i passaggi e le modalità di partecipazione e decisione democratica.

– La definizione con tutte le forze e le esperienze interessate di un programma di transizione sul quale definire una piattaforma ed una iniziativa comune.

– La lotta contro la devastazione culturale neoliberale, sia sul piano della sensibilità diffusa, sia su quello delle elaborazioni approfondite.

Questi sei punti sono alla base di ogni iniziativa politica e anche istituzionale.

11) La costruzione del soggetto politico anticapitalista oggi non propone quella di un nuovo soggetto, ma di un soggetto nuovo. Cioè una forma politica organizzata che non è la riproposizione del partito di avanguardia, ma un incontro diverso dal passato tra sociale e politico e tra soggettività diverse nessuna delle quali può prioritariamente essere egemone. Al centro sta il rifiuto dello sfruttamento capitalistico della persona e della natura, che costituisce il punto unificante delle soggettività. Che però non si misurano in rapporti di forza reciproci. La lotta nel e del lavoro, quella contro la devastazione ambientale, quella per i diritti sociali non hanno gradi diversi di importanza. E tutte assieme si misurano con la lotta delle donne contro il patriarcato, che attraversa tutti i conflitti. Non c’è una gerarchia predefinita di soggettività e conflitti, ma un riconoscimento comune dello sfruttamento capitalista come avversario.

L’organizzazione cresce assieme alla iniziativa e si fonda su basi radicalmente democratiche. Il soggetto nuovo rifiuta la tradizionale ripartizione dei compiti, tra partito, sindacato, movimento, e invece si muove attraversando tutte le competenze e misurando i suoi risultati anche dalla capacità di essere assieme strumento di lotta e di costruzione politica.

Il soggetto è parte e promotore della costruzione del blocco sociale antagonista e pertanto non può che viverne tutte le contraddizioni e difficoltà. Quindi deve essere aperto a continui aggiustamenti e inclusioni, perché la forma organizzata, pur necessaria, deve svilupparsi di pari passo con l’accumulazione di forze. Bisogna essere, nella realtà, un animale da fiaba che come la lumaca di Pinocchio si muove lentamente e non si fa condizionare dalle urgenze superficiali, salvo poi scattare a incredibile velocità non appena l’occasione sia propizia.

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