18 e 19 ottobre, una lezione per la sinistra

di Carlo Formenti

Nei giorni precedenti alle manifestazioni del 18 e 19 ottobre i media, hanno orchestrato una vera e propria campagna terroristica, vaticinando il “sacco di Roma” da parte delle falangi black bloc. Dopodiché si sono placati, invitando i lettori a tirare un sospiro di sollievo per lo “scampato pericolo” e sfoderando un ampio repertorio di aggettivi per lodare l’operato delle forze dell’ordine: abili nel non cadere nelle provocazioni di “un pugno di antagonisti”, ma non meno abili nell’impedire che costoro realizzassero i loro obiettivi di distruzione.

Tutto secondo copione? Non esattamente, perché questa volta, contrariamente a quanto avvenuto in precedenti occasioni, le lodi sono piovute anche sulla maggioranza dei “pacifici” dimostranti: rimuovendo quanto detto e scritto nelle giornate precedenti, giornalisti e politici (vedi le dichiarazioni di Alfano) hanno preso atto dell’identità delle decine di migliaia di persone scese in piazza a manifestare contro il governo dell’austerità e la troica (Commissione Europea, FMI e BCE) che ne detta le scelte: non erano “terroristi”, hanno ammesso, ma lavoratori precari e sottopagati, sfrattati in lotta per il diritto alla casa, migranti che rivendicano condizioni di vita dignitose, giovani decisi a respingere i continui attacchi al diritto allo studio, pensionati scippati dalle “riforme”, comunità che difendono i propri territori dagli stupri ambientali associati alle gradi opere inutili, gente “normale” insomma, e tante famiglie con bambini anche molto piccoli.

Anche loro hanno isolato e respinto i provocatori, si è scritto, organizzando un servizio d’ordine degno dei vecchi tempi per impedire che gli “antagonisti” rovinassero una grande, pacifica manifestazione. Fallita la retorica della criminalizzazione, si è dunque passati alla retorica della divisione: buoni contro cattivi, gente normale che rivendica legittimamente e pacificamente i propri diritti e antagonisti che vogliono solo sfogare i loro istinti distruttivi.

Ma la seconda versione non è meno mistificatoria della prima. Non c’è dubbio che fra le organizzazioni e i movimenti scesi in piazza in questa splendida – per numero di partecipanti, energia e determinazione – due giorni di lotta esistano differenti punti di vista in merito ai metodi da adottare per contrastare la macelleria sociale associata alle politiche liberal liberiste, ma queste differenze non separano una maggioranza pacifica da una minoranza antagonista.

Chiunque abbia assistito alle manifestazioni ha potuto misurare l’immane carica di rabbia che animava i cortei, senza distinzione fra i vari spezzoni. La verità è che quelle decine di migliaia di uomini e donne, senza eccezioni, erano tutte antagoniste; né potrebbe essere altrimenti, dal momenti che nulla di ciò che chiedono – un reddito e condizioni di vita dignitose, il diritto di decidere sul destino dei territori in cui vivono, il diritto alla casa e allo studio, “il pane e le rose”, come si diceva un tempo – è compatibile con il regime del capitale globalizzato e finanziarizzato che impone le sue leggi a una classe politica sempre più asservita e incapace di sottrarsi agli imperativi di sua maestà il mercato. Chiedere queste cose significa, di fatto, chiedere che questo regime sia abbattuto e sostituito da qualcosa di meglio, significa riproporre il dilemma –mai come oggi attuale – socialismo o barbarie. L’antagonismo non si misura dalla quantità di vetrine rotte e cassonetti incendiati, ma dalla decisione con cui si lotta contro il sistema capitalistico e chi lo sostiene, ma anche contro chi, dicendosi “di sinistra”, ha definitivamente rinunciato a opporvisi.

Oggi esiste una sola sinistra, ed è la sinistra antagonista dei movimenti che hanno manifestato il 18 e il 19. Aspettiamo che ne prendano atto anche coloro che qualche giorno prima, il 12, hanno manifestato in difesa della Costituzione, aspettiamo che capiscano che capitalismo e democrazia hanno divorziato da un pezzo e non torneranno mai più a convivere, aspettiamo che capiscano che quanto resta in piedi – sempre meno! – di una Costituzione di cui i governi degli ultimi decenni – di destra e “di sinistra” – hanno fatto strame, si può difendere solo lottando assieme al popolo degli antagonisti, per avviare un processo costituente che riprenda e ampli quanto rimane di vitale nel testo che ci ha consegnato la Resistenza, e non con nostalgiche celebrazioni di un passato morto e sepolto, come se chi rivendica la necessità di andare “oltre il Novecento” volesse sbarazzarsi dell’eredità delle lotte operaie ma non di quella della democrazia liberale borghese.

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