Vecchi poveri, nuovi poveri e la legge di stabilità

di Franco Astengo

Molte sono le ragioni per le quali c’è da preoccuparsi seriamente al riguardo dei contenuti presenti nel disegno della legge di stabilità (la vecchia “finanziaria”, per intenderci) presentata in questi giorni dal governo Letta delle “larghe intese”.

I commentatori si stanno sprecando in valutazioni e analisi: la dipendenza dei dettami della troika europea; un governo a larga maggioranza che partorisce un documento così debole; il prossimo “assalto alla diligenza” di cui si prevede il verificarsi nelle aule parlamentari (si stimano in 10 miliardi di aumento della spesa il complesso degli emendamenti che saranno presentati); l’indeterminatezza nella scelta degli assi complessivi di riferimento al riguardo del ruolo dell’Italia in campo industriale; la disattenzione palesata verso questo o quell’altro tema considerato fondamentale; l’assenza di significativi tagli ai cosiddetti “costi della politica”, appiano essere i temi più ricorrenti nel dibattito aperto.

Giungono segnali di un ritorno alla “finanza creativa” di tramontiana memoria con l’idea del fondo da crearsi con l’ipotesi (perché di questo si tratta, di un’ipotesi) di vendita di pezzi pregiati del patrimonio pubblico mettendo a bilancio in attivo i relativi (fantomatici) importi, creando così un’altra fonte di finanziamento fasullo della spesa mentre sinceramente suscita un moto di ilarità la creazione di un’autorità di vigilanza sui titoli tossici, quando il fenomeno è in atto da oltre un decennio e non se ne conosce, tra l’altro, l’effettività entità in ispecie al riguardo dei bilanci degli Enti Locali.

Non erano questi, però, i punti che s’intendeva toccare attraverso questa nota.

Il punto, infatti, risale nell’enorme distanza tra i contenuti della legge di stabilità, le forme concrete con le quali il governo la sta presentando al Paese (del tutto surreali le parole pronunciate dal Presidente del Consiglio al convegno di Confindustria sulla digitalizzazione e le nuove tecnologie: o un gran furbone o, davvero, Alice nel paese delle meraviglie), il complesso della discussione che si sta sviluppando anche a sinistra e la situazione reale che si sta determinando nel Paese.

Non si dispone, in questa sede, dello spazio sufficiente per entrare nel merito dell’insieme delle situazioni che si stanno verificando nei settori portanti dell’economia; la chiusura delle industrie e delle manifatture, principalmente quelle di medie dimensioni non più dovute al fenomeno delle delocalizzazioni o al passaggio a multinazionali ma proprio alla crisi vera, quella che blocca la produzione, inaridisce il credito, impedisce lo sviluppo tecnologico; l’impossibilità per i giovani, indipendentemente dalla specifica preparazione professionale di ciascuno di reperire sbocchi lavorativi anche di tipo precario; l’enorme spreco di risorse umane, materiali, ambientali in atto per responsabilità di giganteschi livelli di speculazione che hanno impegnato pubblico e privato nel corso degli anni precedenti e che oggi presentano pesantemente il conto.

E’ la povertà che sale, si presenta nelle sue forme più dure, nell’arretramento concreto delle condizioni materiali di vita per milioni di persone che sta l’evidenza della crisi in atto e di cui legge di stabilità e relativo dibattito sembrano non occuparsi, in una vera e propria stigmatizzazione della distanza tra l’incoscienza dell’agire politico e la realtà sociale.

Una povertà ignorata nelle sue forme più evidenti e nascoste: nella perdita di diritti e di dignità del lavoro.

Una povertà non compresa fino in fondo anche a sinistra, se pensiamo ai contenuti di certe manifestazioni che, magari si richiamano in astratto ai diritti costituzionali o ai “beni comuni” senza partire, però, dalla drammaticità della condizione materiale della vita delle persone.

Non si traccia qui un’ipotesi di cambiamento nel dettaglio della progettualità che sarebbe pure necessaria per tentare di modificare il quadro, non si discetta di “si” o “no” all’Euro, della necessità di un intervento drastico (nazionalizzazione?) sulle banche, di pianificazione pubblica dell’economia, di nuovi piani industriali, di una proposta complessiva di alternativa politica.

Ci si misura, invece, con una richiesta pressante: qualsiasi ipotesi politica di alternativa e di opposizione che, pure, è indispensabile mettere rapidamente in campo non può che partire dal dato della nuova condizione materiale di vita, di una condizione materiale di vita che è peggiorata sensibilmente in forme evidenti che abbiamo sotto gli occhi a partire dall’acclarata diminuzione delle spese alimentari, dell’emergere di forme di povertà inedite perché riguardano non solo la quotidianità, ma anche l’inaridimento culturale, le forme esasperate di violenza, le chiusure personali nelle miserie egoistiche, il disimpegno neghittoso.

I tempi stanno cambiando, inevitabilmente in peggio se ci si abbandonerà silenti o quasi all’ineluttabilità di una crisi gestita da un capitalismo davvero feroce.

 

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