L’illusorietà del 12 ottobre

di Franco Astengo

Non si è fatta attendere la risposta del Partito Democratico alla manifestazione per la difesa della Costituzione svoltasi a Roma il 12 Ottobre scorso.

Risposta fornita anche al successivo appello lanciato da Gustavo Zagrebelsky perché sulla legge costituzionale di modifica dell’’articolo 138 fosse fatto mancare il “quorum” dei 2/3 al fine di poter consentire l’’effettuazione del referendum.

Proprio ieri 15 Ottobre, Anna Finocchiaro, presidente della commissione affari costituzionali e relatrice della legge in questione ha presentato nell’’aula del Senato lo stesso identico testo di tre mesi fa chiedendo proprio che lo si voti raggiungendo –- appunto- – la maggioranza del 2/3.

Una dimostrazione palese, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, dell’illusorietà (per non dire di peggio) degli obiettivi dichiarati dai promotori della citata manifestazione, ed anche per quelli non dichiarati, ma non troppo difficilmente intuibili.

Prima di tutto analizziamo il tema della cosiddetta “difesa della Costituzione”: un tema che è diventato del tutto obsoleto nei termini fin qui posti dai promotori della manifestazione del 12 Ottobre ed anche da altri soggetti perché il quadro che effettivamente si presenta è quello di un già avvenuto stravolgimento della nostra Carta Fondamentale.

La modifica del titolo V avvenuta in chiusura della legislatura 1996-2001 ad opera dell’allora maggioranza di centrosinistra aveva già inferto un primo colpo all’’impianto complessivo della Costituzione Repubblicana, con effetti, poi, rivelatisi del tutto disastrosi se pensiamo alla bufala del federalismo fiscale e all’esito concreto della regionalizzazione di comparti fondamentali quali quelli della sanità e dei trasporti.)

Ma la stoccata decisiva è stata inferta nel corso della legislatura appena trascorsa (con voto pressoché unanime del Parlamento) con la modifica dell’articolo 81 e l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio: una modifica che ha, davvero, cambiato l’intera concezione contenuta nel dettato costituzionale dal punto di vista delle relazioni economico – sociali.

Egualmente, sempre per restare all’’interno del tema riguardante le modifiche costituzionali, appare del tutto fuori luogo (com’era facilmente prevedibile) rivolgersi al PD sul terreno della difesa della forma di governo parlamentare: il PD (come già il PDS, fin dai tempi della Commissione Bicamerale presieduta da D’’Alema e fallita nel 1997) è orientato verso modelli di d tipo presidenzialista, sostanzialmente autoritari ( quel “decisionismo spinto” del resto già ampiamente praticati da Giorgio Napolitano che ha costruito, nel corso dei suoi mandati da Capo dello Stato), accompagnando questa sua vocazione “al comando” (si pensi al cosiddetto “decisionismo” di marca craxiana) con l’’idea di una legge elettorale di tipo maggioritario e della forzatura in senso bipolare del sistema.

Una vocazione, questa del PD, che deriva da due precisi punti teorici espressi nel corso della sua storia, quello relativo allo “sblocco del sistema politico” (in nome del quale fu sciolto il PCI) e quello pertinente la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, oggi rilanciata da Renzi.

Sarebbe bastata, ai proponenti la manifestazione del 12 Ottobre, un’’analisi politica concreta su questi elementi per modificare l’impostazione dell’appuntamento, invece di convocarlo mistificando la realtà del sistema politico italiano.

Portando qualche migliaia di persone a spasso per Roma l’intendimento nemmeno troppo recondito era però, ancora una volta, quello di proporsi come fiancheggiatori subalterni di un’idea di centrosinistra che non esiste più nella dinamica concreta del sistema politico italiano, ormai imperniato (come del resto accade in altri paesi d’’Europa) sulla logica delle larghe intese in luogo di quella dell’’alternanza, sia pure “temperata”.

Una dimostrazione palese di questo fatto viene anche da una prima lettura della bozza della legge di stabilità appena approvata dal Consiglio dei Ministri.

La sostanza del discorso deve invece essere ricondotta a due punti che ribadiamo, senza stancarci per l’’ennesima volta: quello dell’’autonomia e quello dell’’opposizione.

La sinistra italiana ha bisogno di un punto di soggettività organizzata capace di esprimere una propria complessiva autonomia di pensiero, di organizzazione e di iniziativa.

Siamo di fronte ad una carenza esiziale di cui nessuno sembra davvero preoccuparsi.

Tutti sembrano intenti a coltivare le proprie porzioni di terreno usando, da qualche parte, gli strumenti di un politicismo di basso profilo e dall’’altra quelli di un movimentismo che minaccia, come già avvenuto in tempi recenti, di rifiutare – alla fine – l’’idea del un progetto politico complessivo.

L’altro elemento su cui soffermare l’’attenzione è quello dell’opposizione.

E’ indispensabile produrre i termini di un’’opposizione politica e sociale ferma, determinata, senza sconti: senza concedersi l’’idea di poter spostare questo o quell’’altro dei soggetti in campo, ma costruendo proprio partendo dall’’opposizione una propria identità e, di conseguenza, aprendo la strada a una prospettiva di reale esercizio di egemonia.

Il falso obiettivo di fare della manifestazione del 12 Ottobre (pure cavalcato entusiasticamente dagli stessi soggetti che si erano già inabissati, qualche mese fa, con il progetto Ingroia) la piattaforma di lancio per l’ennesima occasione di aprire uno spazio politico per una“nuova sinistra” è già miseramente fallito.

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