18 e 19 ottobre. Primi appuntamenti di lotta al governo della Troika

di Giorgio Cremaschi

È meglio tagliare la sanità o la scuola o i servizi o i salari, oppure aumentare le tasse? È preferibile colpire ancora le pensioni o privatizzare ancora il patrimonio ed i beni comuni? E una volta pagate la banche e la finanza, il poco che resta di questi soldi lo si dà alle imprese affinché assumano o ai lavoratori affinché comprino?

Queste le varie alternative tra differenti meno peggio che oggi ci offre il confronto economico interno alla gabbia dell’austerità europea. Il governo Letta Alfano, da buon democristiano, ha scelto una modica quantità di tutti i possibili provvedimenti in campo, scontentando un pò tutti, ma con l’evidente obiettivo di non far arrabbiare davvero nessuno.

Bisogna che questo il governo fallisca l’obiettivo e le manifestazioni del 18 e del 19 hanno questo scopo.

È dal 27 ottobre dell’anno scorso, dal No Monti day che in Italia non ci sono manifestazioni generali contro le politiche di austerità.

Anche quella di sabato scorso in difesa della Costituzione ha ignorato, nei suoi principali promotori, che un profondo stravolgimento dei principi costituzionali è avvenuto con l’approvazione quasi unanime da parte del passato parlamento del pareggio di bilancio e dei trattati europei riassunti dal fiscal compact.

Con il primo atto si è assunta la politica di austerità come vincolo costituzionale. Come ha detto il primo ministro conservatore britannico Cameron, Keynes è stato messo fuori legge. Con il secondo si è rinunciato alla sovranità democratica sulle decisioni di bilancio pubblico. E infatti la legge di stabilità appena varata dal governo e stata inviata alla Commissione Europea, si badi bene non al parlamento europeo eletto ma alla commissione di banchieri e burocrati nominati. Sarà la commissione ad approvare o correggere il bilancio dello stato italiano, saranno loro a votare. Dopo il parlamento potrà solo ratificare le decisioni già prese a Bruxelles, e se per caso si mettesse in testa altre intenzioni, allora ci penserà il lord protettore della Repubblica fondata sull’austerità, il Presidente Napolitano, a ricondurlo all’obbedienza.

In ogni caso ad ulteriore garanzia del commissariamento della nostra democrazia, un esponente della Troika, BCE Commissione Europea Fondo Monetario, è stato assunto direttamente dal governo per guidare la politica dei tagli sociali.

Non c’è bisogno di spendere molte altre parole sul fatto che la sostanza è che le politiche che han portato al disastro sociale del paese continuano e continueranno sotto il rigido controllo della tecnocrazia europea e della finanza mondiale.

Da qui l’importanza delle due giornate di lotta. Nella prima scioperano, per la prima volta uniti dopo anni di divisioni, i sindacati di base. Naturalmente sarebbe necessario che, come negli altri paesi europei colpiti dalle politiche di austerità, tutto il movimento sindacale scendesse in piazza. Purtroppo da noi non è così perché CGIL CISL UIL finora han deciso di non contrastare con la lotta quelle politiche, ma di provare a condizionarle magari in alleanza con la Confindustria. Il risultato è zero, ma la risposta per ora non c’è. Ben venga allora l’azione di sindacati che certo sono minoranza rispetto alle grandi organizzazioni confederali, ma che così interpretano un sentimento e un bisogno diffusi: non si può continuare a subire tutto.

La novità positiva è che la manifestazione di quello che viene chiamato il mondo del lavoro tradizionale, si unirà fisicamente e politicamente a quella di movimenti sociali e ambientali.

L’appuntamento del 19 era stato indetto da tempo dai movimenti che lottano per la casa, che oramai è diventata strumento fiscale e bene di investimento finanziario, quasi perdendo la sua funzione sociale di abitazione. La lotta per riaffermare il diritto all’abitare si è così diffusa ovunque, in particolare di fronte al dramma degli sfratti dovuti alla crisi, alla disoccupazione, all’impoverimento di massa. E questa lotta si è incontrata con le altre mobilitazioni sociali e civili, da quella dei migranti a quella contro le devastazioni ambientali delle grandi opere e degli impianti militari, a quella per il reddito e contro la precarietà.

Così un po’ alla volta le piattaforme delle mobilitazioni sono cresciute e son giunte alle cause e agli agenti del disastro sociale: l’austerità europea, i suoi trattati, i suoi governi.

Tutto questo è stato ignorato dal palazzo politico e mediatico, che ancora una volta ha parlato solo dei rischi per l ‘ordine pubblico, evitando anche accenni all’ordine sociale.

Ma nonostante questo scontato atteggiamento di chiusura, che è parte fondamentale e concausa della crisi democratica italiana, le manifestazioni segnano la ripresa di un movimento che da noi pareva scomparso. E fanno sperare nel rientro in Europa del nostro paese. Parliamo naturalmente dell’Europa che scende in piazza contro banche, finanza, tecnocrazia, dell’Europa che lotta contro la Troika e i suoi governi

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