La ricostruzione della sinistra di alternativa

… e le questioni teoriche che abbiamo davanti

Intervento di Rino Malinconico all’incontro meridionale di Ross@ – Napoli, 26 settembre 2013

1) Non c’è molto da questionare, perché in una situazione così pesante, e finanche drammatica per lavoratori, disoccupati, precari, e per le classi subalterne in genere, il primo imperativo è senz’altro quello di resistere: difendendo con i denti il lavoro che c’è, contrastando con le lotte le diffuse povertà cresciute nella crisi, rivendicando i diritti di piena cittadinanza umana per tutti e tutte, ponendo la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente al centro di qualsiasi scelta politica ed economica. Si tratta di resistere in senso letterale, e di farlo in tutti i modi possibili, provando ad impedire, con tutte le (poche) forze di cui disponiamo, l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle persone. 
Se si sono aziende che chiudono (e ce ne sono molte), occorre provarci con tutte le forme di mobilitazione della tradizione operaia a non farle chiudere; e se ci sono licenziamenti che vengono attivati (e ce ne sono tantissimi), occorre tentare di rispondere colpo su colpo per impedirli; e se ci sono fenomeni vistosi di inquinamento ambientale (e ce ne sono di gravissimi ad ogni latitudine), occorre attivarsi in modo molto pratico per costruire e rafforzare tutta la resistenza possibile delle comunità; e se ci sono situazioni di sofferenza esistenziale evidenti e incancrenite (e ce ne sono sempre di più, e ormai non riguardano solo gli immigrati), occorre lavorare con determinazione a congiungere denuncia, lotta e proposta, individuando nell’universo variegato delle istituzioni il punto specifico dove insistere per aprire un varco.

2) Ma non si tratta solo di resistere praticamente, vale a dire di schierarsi con nettezza per la difesa del lavoro o dei diritti o dell’ambiente. Si tratta anche di valorizzare, collegandola ad un contesto più generale di trasformazione, la capacità che hanno le vertenze di elaborare proposte. In ogni singola lotta, infatti, tende sempre ad emergere, pressoché spontaneamente, una “intelligenza propositiva” dei settori concretamente mobilitati, la loro effettiva capacità di mettere sul tavolo richieste più o meno articolate: dalle riconversioni produttive alla riorganizzazione dei servizi sociali, dal rifiuto-zero alle bonifiche ambientali, dai progetti di formazione e riqualificazione dei lavori alle diverse forme di sostegno al reddito.
Si tratta talora di proposte anche scientificamente fondate, come quella recente che sta prendendo corpo nella martoriata “terra dei fuochi” tra le province di Napoli e Caserta: vale a dire, di procedere alla bonifica dei territori inquinati dalla camorra in questi anni sostenendo con pubbliche provvidenze la coltura della canapa, un prodotto naturale, ormai quasi scomparso, che non solo appare capace di reintegrare la salubrità dei territori, ma che potrebbe favorire, in aggiunta, la stessa produzione industriale dei tessuti a fibra vegetale.
Ma al di là del merito particolare, mi preme sottolineare come dentro la dinamica del conflitto vertenziale possa facilmente venire alla luce una autentica contesa di “prospettiva”, che chiami in causa, tutte assieme, l’economia, la cultura e la società. Ed è esattamente questo, il filo che non va lasciato cadere.

3) Dunque: una riorganizzazione della sinistra di alternativa ha senso innanzitutto in quanto propone un impegno attivo per e nelle lotte, in quanto si traduce in lavoro quotidiano per promuovere, sostenere e sviluppare concretissime resistenze sociali. Oggi come oggi il conflitto sociale è ancora troppo incerto, troppo episodico, troppo fragile. Ma muoversi nel conflitto in quanto sinistra di alternativa significa soprattutto rafforzare tutti gli elementi di prospettiva che vi si delineano, a partire dai fattori di connessione possibile tra le singole specifiche vicende e i singoli specifici movimenti.
E quest’ultimo punto ci rinvia direttamente ad un ulteriore piano, quello della prospettiva generale sugli assetti di società, obiettivamente molto più complesso e, allo stesso tempo, ancora più urgente. E’ proprio qui che nascono i veri problemi, perché se grossomodo sappiamo quello che dobbiamo fare dal punto di vista “dell’emergenza” – cioè sappiamo qual è il nostro posto, sappiamo che dobbiamo stare con i picchetti, con i cortei, con i comitati e via dicendo -, quando ci avventuriamo nel campo della prospettiva generale, le certezze vengono facilmente meno e il panorama si tramuta rapidamente in una sorta di torre di Babele, con discorsi largamente inconcludenti.

4) Provo qui a partire dalla questione per me decisiva: ovvero che non basta più procedere con la logica dell’allargamento degli spazi all’interno della sistema capitalistico, non basta più muoversi col proposito di schierarsi semplicemente “per l’equità”, pensando di poter fronteggiare davvero, attraverso la nostra pressione politica sulle istituzioni, l’attuale aggressività del mercato, la forza di inerzia delle strutture sociali e politiche, il peso culturale dei valori incentrati sulla disuguaglianza, le penalizzazioni sociali continuamente riprodotte dalle modalità tecniche di formazione e gestione della ricchezza. Non funziona più la strategia, per così dire, re-distributiva, quella che ha accompagnato il movimento operaio più o meno ufficiale degli ultimi decenni. Anzi io ritengo che proprio l’insistenza sulla logica redistributiva sia alla radice del sostanziale cul de sac in cui si trovano oggi le lotte e la stessa sinistra politica.
E’ una via che non porta da nessuna parte, quella di chiedere che la ricchezza, la quale sicuramente è distribuita in modo iniquo, venga poi distribuita in modo meno iniquo. Se permangono le medesime modalità di funzionamento dell’economia, se permane il rapporto di capitale, non c’è nessuno spazio per inserire stabilmente, all’interno del tessuto sociale, un andamento di equità sostanziale. E se dovesse verificarsi un “esito equo” da una parte, certamente da qualche altra parte si accentuerà, proprio per il “naturale” disporsi capitalistico delle cose, l’elemento della iniquità. Detto in altri termini: oggi come oggi, per come si è delineato lo sviluppo del capitalismo e per come il tornante della storia ha definito gli attuali assetti sociali, noi, proprio noi che ci battiamo per l’uguaglianza fra tutti e la libertà di ciascuno, noi non potremo più sottrarci al nodo del sistema capitalistico in quanto tale.

5) Ma qui ci si para davanti una difficoltà inattesa e gigantesca., e cioè che in chi resiste sulle trincee del lavoro, dei diritti, delle povertà, dell’ambiente – ma anche in quelli che provano a coordinare le resistenze, e quindi a porsi come soggettività politica che delinea una prospettiva – manca esattamente un’idea chiara di ciò che si ha di fronte, non c’è una convincente rappresentazione di cosa sia effettivamente il capitalismo. Può sembrare paradossale, perché noi sappiamo bene di essere quelli che non sono riconciliati col sistema capitalistico. E però proprio del capitalismo noi non parliamo quasi mai. Tutt’al più parliamo delle crisi economiche, magari dicendo ogni volta che si tratta della famosa “crisi finale”; e tutt’al più parliamo dell’andamento “irrazionale”, o meglio di quello che noi pare un “andamento irrazionale”, nei processi di formazione e distribuzione della ricchezza. Così, col capitalismo in quanto tale, a ben vedere, noi non ci misuriamo quasi mai neppure sul piano dell’analisi. E quando (raramente) lo facciamo, adoperiamo quasi sempre gli stessi termini e le stesse categorie concettuali che la più consapevole cultura borghese utilizza per definire il capitale. In breve: noi il capitalismo lo conosciamo molto meno di quanto supponiamo.
Non è soltanto colpa della nostra insipienza. Si tratta, invece, del retaggio di un intero secolo, il Novecento, il quale, dal nostro versante, ha ragionato molto del dominio, del potere, della forma-stato, della dinamica del forza, ed ha parlato pochissimo del capitalismo, cullandosi nella convinzione che, al riguardo, Karl Marx avesse detto proprio tutto quello che c’era da dire, e che vere novità non ce ne fossero neppure. Anzi, il Novecento teorico del movimento operaio ha accolto largamente e senza problemi la “tesi della putrescenza”, formulata tra gli altri, all’avvio del secolo, soprattutto da un gigante della nostra storia, Lenin.
L’idea di fondo era che il capitalismo fosse semplicemente un moribondo che s’intestardiva a non morire, e che, a tal fine, difendeva la sua “compiuta inconsistenza” economico-sociale attraverso una manipolazione estrema dei meccanismi del dominio e del potere. I capitalisti perciò continuavano a comandare, ma come sistema di produzione il capitale non avrebbe avuto più nulla di nuovo da dire, più nulla da inventare. Veniva consegnato, per l’appunto, alla realtà della putrescenza. Non c’è da stupirsi, allora, se il centro di gravità della storia umana si trasferiva teoreticamente (anche se in maniera spesso inconsapevole) sul punto molto “tradizionale” del dominio delle classi possidenti; ed era su questo aspetto che lo stesso movimento anticapitalista veniva chiamato all’impegno, sia teoricamente che praticamente.
Insomma, il Novecento ha costruito una grande lavoro teorico, e questo è ovviamente un merito, sulle questioni del potere, del dominio e dell’egemonia delle classi dominanti; ma ha costruito, contemporaneamente, una grande dimenticanza per quanto riguarda l’identità e il funzionamento del capitalismo, e questo si rivela sempre più un problema.

6) Di fatto, l’abbandono storico della critica dell’economia politica oggi noi lo stiamo pagando molto caro. Non credo di esagerare se dico che tra i nostri ragionamenti serpeggia spessissimo la cultura dell’avversario di classe. Usiamo le stesse categorie concettuali, e adoperiamo le stesse definizioni che il capitale dà di se medesimo. Il capitale si presenta, infatti, come una cosa, come res. Lo leggiamo sui giornali, ce lo dicono alla TV, lo ripetiamo nelle nostre stesse riunioni: il capitale è, né più né meno, che la ricchezza contabilizzata. Per i più sofisticati tra noi, esso è l’insieme dei “valori di scambio”, una espressione che significa, però, la stessa cosa: appunto, la ricchezza contabilizzata capitalisticamente. Di fatto, è largamente diffusa, anche tra le nostre file, l’idea che il capitale sia null’altro che denaro.
Intendiamoci: sul piano fenomenico, il capitale si presenta effettivamente come denaro; ma allo stesso modo di come si presenta nella veste di macchinario, nella veste di stock di merci o nella veste di attività di lavoro; e però nella sua sostanza esso è molto più delle forme specifiche che lo manifestano. Il capitale infatti – come suggeriva esattamente Marx prendendo le distanze in modo compiuto dalla economia politica – è anzitutto, e soprattutto, e oggi in modo pressoché assoluto, un rapporto sociale. La falsa coscienza che il capitale ha di se stesso lo proclama ricchezza contabilizzata; la sua realtà storica resta, invece, quella di essere una specifica connessione, un sistema che collega gli uomini e le donne tra di loro in una sequenza specifica finalizzata alla valorizzazione degli investimenti e, più in generale, all’innalzamento dei valori di scambio.
A differenza del capitalismo della libera concorrenza e della fase dei monopoli, tale struttura sistemica, che progressivamente ingloba l’insieme degli esseri umani e l’insieme dei loro tempi di vita, si presenta ora, essa stessa, proprio in quanto connessione tra le persone, come il grande pilastro della valorizzazione e dei valori di scambio. Il capitale è certamente un ciclo economico – Marx lo descriveva nella forma D-M-D1; tuttavia esso è soprattutto, e oggi in modo assoluto, una connessione sistematica degli esseri umani tra loro.

7) Ma dire che il capitale è un rapporto sociale e non è una “cosa”, una res, comporta molte conseguenze anche nella delineazione della prospettiva. Io posso fare subito la resistenza, situazione per situazione (anche se, oggi come oggi, almeno in Italia, di resistenza ce n’è davvero poca, e sarebbe il caso che ce lo dicessimo con più chiarezza); ma se mi propongo anche l’unificazione delle lotte e la valorizzazione della intelligenza interna alle resistenze, allora io debbo necessariamente costruire un ragionamento articolato, che parta esattamente dal punto che voglio superare. Mi propongo di superare il capitalismo? Allora debbo dire con chiarezza, a me e agli altri, che cosa sia questo capitalismo, e perché non è riformabile dall’interno. E non me la posso cavare agitando il problema dei banchieri che vogliono fregare il resto dell’umanità sulla base dell’ancestrale “bramosia dell’oro”. Se davvero si trattasse semplicemente dell’egoismo dei singoli e della voglia smodata di denaro dei capitalisti, allora la via realistica diventa proprio quella che ci indica la Chiesa cattolica, in particolare con questo pontefice argentino, così schierato contro il denaro “sterco del diavolo”.
Qual è, dunque, il centro del problema? Lo dico con una battuta: sono i capitalisti che possiedono il capitale; o è invece il capitale che possiede anche i capitalisti, così come già possiede i lavoratori e tendenzialmente l’insieme degli esseri umani? Io credo che dovremmo capire fino in fondo come il capitale sia esattamente una formazione economico-sociale, e cioè una macchina impersonale che tende ad imporsi a tutti, compresi gli stessi capitalisti, anche se, ovviamente, le sue leggi di funzionamento si presentano terribili e devastanti solo per le classi popolari (che costituiscono la stragrande maggioranza della umanità).
In breve, quando noi ci affanniamo a scrivere e a dire che il problema che abbiamo davanti, per esempio in questa crisi economica, è che i capitalisti non sanno fare il loro mestiere, e che sono proprio le loro politiche economiche a produrre le sofferenza sociali in cui siamo immersi, noi ci situiamo linearmente, magari senza rendercene conto, dentro la logica che vede il sistema come sostanzialmente “giusto”, e comunque come imprescindibile, e però esposto troppo a degenerazioni che andrebbero contrastate e corrette. E questa è esattamente la visione che proprio il capitalismo ha di se stesso. Basta sfogliare anche un semplice quotidiano economico per rendersene conto: sulle degenerazioni tutti sono d’accordo e divergono semmai sulle modalità efficaci di contrasto. Nessuno dice che il problema si annida nel sistema in sé dei “valori di scambio”. E per la verità non lo diciamo neppure noi.

8) In sostanza, questa crisi non è la conseguenza di scelte più o meno sbagliate; essa è soprattutto una dinamica di ri-aggiustamento interno al sistema capitalistico, tra le sue “forme deboli” di denaro e merci e le sue “forme forti” di lavoro e macchinari. E’ nata da una sproporzione dei valori in campo (l’economia politica l’ha percepita come divario tra “l’economia reale” delle produzioni e “l’economia virtuale” dei denari e dei titoli, che è un modo di vedere solo la superficie dei fenomeni), ed è proseguita poi col riallineamento dei valori sulla base dell’effettiva capacità di contabilizzazione delle “forme forti”. Ciò ha determinato scossoni in particolare nella finanza, con quantità enormi di denari e titoli divenuti improvvisamente “carta straccia”, e di converso nel sistema complessivo del debito, anche del debito degli Stati. Ed ora siamo probabilmente già oltre gli scossoni più acuti, con gli assetti che ripartono da una base più bassa dei valori complessivi.
Ma non mi dilungo qui sulla crisi, anche perché ho potuto sviluppare il ragionamento in maniera più articolata in altre occasioni, e da ultimo nel libro Teoria della totalizzazione. Voglio però sottolineare come ogni crisi economica sia anche, e soprattutto, una ristrutturazione, un nuovo inizio. Ovviamente per i lavoratori, per quelli che stanno sotto, il movimento di riequilibrio, di ristrutturazione e di nuovo inizio comporta davvero lacrime e sangue. Ma nella logica del capitalismo questo è normale. Sempre nei sistemi sociali basati sulla ineguaglianza tra gli esseri umani, chi sta sotto viene obbligato a reggere l’insieme del sistema e l’insieme dei suoi movimenti scomposti.

9) Ciò che, in effetti, mi preme evidenziare è che qualunque processo di ricomposizione della sinistra di alternativa dovrebbe assumere come priorità assoluta la critica dell’economia politica. Vale per il tentativo di Ross@, che punta ad essere non una sigla aggiuntiva alle altre ma uno spazio aperto di lavoro in direzione della riunificazione delle soggettività alternative; e vale per quello che si muove dentro Rifondazione comunista, la quale sembra prospettare, pur con molti limiti ed incertezze, un possibile superamento della propria specifica esperienza organizzativa, e forse si avvia a proclamare, nell’imminente congresso, la disponibilità di quella comunità di compagni e compagne a rimettersi in gioco in un contesto più ampio.
Lo ribadisco: ciò che dobbiamo costruire non è la critica delle politiche economiche, ma proprio la critica dell’economia politica. Dobbiamo puntare a far vivere una autentica autonomia concettuale da tutte le varianti (ma proprio tutte) della cultura borghese. Se noi ci fermiamo alla critica delle politiche economiche degli altri – e cioè alla critica dei progetti economici dei governi e delle scuole di pensiero che li sostengono; oppure alla critica dei progetti economici della sinistra liberale e socialdemocratica e delle scuole di pensiero che le sostengono – non delineeremo affatto una vera e propria prospettiva per la sinistra di alternativa e per le classi sociali cui ci riferiamo.
Questo vuol dire che quando elaboriamo le nostre proposte, prima ancora di fare le pulci a ciò che dicono gli altri, dovremmo avere ben chiaro l’effettivo funzionamento del capitalismo odierno. E concludo, al riguardo, proprio con un esempio che ci riguarda molto da vicino.

10) Noi parliamo (relativamente) spesso del Sud. Ma che significa costruire una proposta politica che provi a tener dentro l’insieme le vertenze che ci sono e i movimenti di lotta e di protesta che esistono anche nei territori meridionali, con una prospettiva di miglioramento reale delle condizioni di vita e di lavoro delle persone? Possiamo continuare a ripetere le stesse cose dette dei decenni scorsi (peraltro, in piena subalternità alla cultura dominante) e sostenere che la difficoltà del Sud sia legata all’abbandono dei governi e alla scarsità delle risorse che vi si impiegano, e che quindi la soluzione starebbe tutta nell’ottenere più interventi statali, più capitali e più investimenti?
Beninteso, non si è trattato, e non si tratta, di sciocchezze in assoluto. Hanno anche esse il loro briciolo di verità. Ma possiamo davvero continuare a non cogliere che la verità di tali affermazioni è poi esattamente un briciolo, e che quindi non possono aiutarci più di tanto? O non vale piuttosto la pena di partire dal dato obiettivo che vede i valori presenti al Sud, o che al Sud arrivano, convertirsi rapidamente in dis-valori? Cento euro a Trento sono 100 euro; ma quelle 100 euro, quando si muovono nello hinterland napoletano, diventano in partenza 80 euro e probabilmente anche di meno. Non è forse necessario affrontare di petto questo dato sorprendente, che gli economisti spiegano con la categoria generica delle “difficoltà ambientali” dell’investimento, e cercare di chiarirlo con la nostra autonomia concettuale?
Occorre partire, a mio avviso, proprio dal come si sta ristrutturando il capitalismo, e cioè dal fatto che sempre più è direttamente l’insieme della società a determinarsi come fattore produttivo: produttivo fino al punto che una società fatta in un certo modo valorizza la ricchezza, e la svalorizza se è fatta in modo diverso. Io definisco questo andamento con l’espressione totalizzazione del rapporto di capitale: la valorizzazione e il sistema dei valori di scambio poggiano ora essenzialmente sulla mobilitazione produttiva dell’intero corpo sociale, sulla interagenza dei singoli fattori economici, sulla sinergia delle diverse attività di lavoro, sulla irreggimentazione dei tempi di vita dentro le dinamiche degli assetti produttivi. Siamo, insomma, proprio al general intellect, all’individuo produttivo sociale che Marx prefigurava come esito possibile del capitalismo, allorché il suo sviluppo ulteriore avrebbe reso sempre più miserabile il tempo di lavoro come misura effettiva del valore, e dislocato, invece, tale misura nella forza produttiva dell’insieme sociale.
Propongo, in sostanza, una lettura davvero autonoma del capitalismo, che lo guardi anzitutto dal suo versante di forza sociale prima ancora che di valore economico.

11) Ma se si assume una tale impostazione, allora la conseguenza politica diviene ancora più ultimativa: poiché non è più la pura e semplice economia a segnare la società caratterizzandola alla sua maniera, ma è esattamente il contrario (ovvero è la società a dare il segno all’economia, a qualificarla in termini di valori e disvalori), allora la questione meridionale si pone esattamente nei termini di una società sempre più vocata, capitalisticamente, alla marcescenza. La qualcosa non si concilia affatto con la tesi che occorre far arrivare “più valori”, poiché nella situazione degradata del Sud i valori divengono facilmente disvalori. La questione diventa, invece, il segno di qualità dell’insieme degli assetti sociali. E la qualità di una società, anche intesa in termini strettamente capitalistici, postula molti parametri di riferimento: dall’insieme delle attività economiche all’insieme delle relazioni civili, dal livello delle infrastrutture e dei servizi e alla autorevolezza delle istituzioni.
Nel Sud non è questione di una politica economica da contrapporre ad un’altra politica economica. E’ direttamente sul piano della società che si situa la linea dello scontro. Non è eccessivo dire che nel Sud la questione si pone in termini di vera e propria sfida di civiltà.
In estrema sintesi, il tema, per noi e per loro, è esattamente la trasformazione del Sud. Loro (i funzionari del capitale) lo vogliono come territorio che “lavora” i rifiuti, gli scarti del sistema, e perciò stabilmente caratterizzato da produzioni e luoghi degradati e da fenomeni vistosi di marcescenza e spreco assoluto degli esseri umani, un luogo d’elezione per stabilizzare e portare a compimento la “parte oscura” della modernità capitalistica, con una quota consistente di persone destinate obiettivamente a marcire, con le produzioni destinate obiettivamente alla obsolescenza e con i rapporti interpersonali sempre più imbarbariti. Noi dovremmo non solo rivendicarlo in direzione opposta, ma proprio farlo vivere come luogo degno di essere vissuto, sapendo che dovremo remare in controtendenza su tutti i piani, perché il degrado permea diffusamente tutte le relazioni civili del Mezzogiorno e la stessa coscienza delle persone.

12) Se io dovessi utilizzare una parola d’ordine sintetica che esemplifichi la nostra possibile idea di risoluzione della questione meridionale, parlerei di presidi di civiltà. Non si consideri astratta una tale espressione, poiché essa postula per intero il piano delle lotte e delle vertenze. E però con una declinazione molto particolare: battersi per difendere e moltiplicare i presidi civiltà comporta sì la difesa delle fabbriche e la difesa dei lavori che ci sono, ma mettendo in rilievo esattamente la funzione positiva della produzione e del lavoro come vincolo del tessuto sociale; e ciò richiama direttamente l’ambito dei diritti, delle competenze e dell’ambiente: diritti da rispettare, competenze da valorizzare e ambiente da salvaguardare.
In altre parole, assumere i luoghi di lavoro e l’attività di lavoro come presidi di civiltà vuol dire muoversi nella direzione di una società nettamente diversa dal contesto di degrado e marcescenza consegnato al Sud dall’attuale rapporto di capitale. Significa soprattutto muoversi con una logica di cambiamento complessivo, considerando le stesse vertenze un aspetto della “progressione in avanti” più generale, che comprenda anche l’attività quotidiana delle scuole, dei servizi, dei trasporti, degli ospedali, delle associazioni…; che comprenda, in breve, tutte le pratiche di lavoro e di vita finalizzate a contrastare il segno del degrado e, oltre il degrado, proprio l’attuale ristrutturazione capitalistica del Mezzogiorno d’Italia.
Il tema, insomma, è trasformare il Sud, ma non in una direzione qualsiasi. Il tema, per dirla con chiarezza, è di recuperare, sulla specifica questione meridionale – esattamente in ragione del carattere ultimativo delle contraddizioni che l’attraversano -, né più né meno che la prospettiva della trasformazione rivoluzionaria dell’intera società.
“Trasformazione rivoluzionaria” è una espressione che va usata, ovviamente, con grande consapevolezza e cautela, tanto più che nella nostra storia troppi l’hanno usata in termini declamatori e puramente ideologici. E però, o noi oggi cominciamo a parlare anche e soprattutto di trasformazione rivoluzionaria – facendolo con tutta la necessaria intelligenza teorica e partendo dalle contraddizioni obiettivamente più laceranti tra gli assetti sociali capitalistici e la esistenza reale degli esseri umani -, o non daremo uno sbocco pratico neppure alle lotte più specifiche e immediate.
Napoli 26 settembre 2013

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