Un messaggio da Lecce per l’assemblea di Napoli, il 26

I compagni impegnati nella costruzione dell’associazione Ross@ in Salento hanno deciso di contribuire con un documento al dibattito nazionale, in vista delle scadenze delle assemblee interregionali del 26 settembre a Napoli e del 5 ottobre a Milano, delle manifestazioni del 18 e 19 ottobre e dell’assemblea nazionale del 14/15 dicembre a Firenze.

1.La scelta di tracciare un netto confine fra progetti, culture e movimenti politici dell’area antagonista (cioè esplicitamente anticapitalista) e partiti e movimenti che gravitano nell’area del centrosinistra ci è parso finora il più importante contributo di Ross@, un salutare segno di discontinuità e rottura nei confronti della stagnante realtà della sinistra italiana.

Riteniamo sia di fondamentale importanza chiarire che il Pd è ormai a tutti gli effetti un partito di centro sul piano ideologico e di destra sul piano delle politiche economiche. Se mai qualcuno avesse ancora nutrito dubbi in merito, la scelta di formare il governo Letta in condominio con il Pdl (ora avviato a tornare Forza Italia), avrebbe dovuto essere già di per sé in grado di scioglierli. E, ove nemmeno questo bastasse, le politiche di questo governo sono tali da ribadire quotidianamente il concetto: vedi, fra le tante perle, l’abolizione dell’IMU (con trasferimento dei costi relativi sulle classi più deboli – basti pensare all’imminente aumento dell’IVA e, soprattutto, all’incredibile progetto di scaricare sugli inquilini parte degli oneri fiscali sostituivi – e sulle amministrazioni locali), vedi anche l’annuncio di una nuova, massiccia campagna di dismissioni/ privatizzazioni dei beni pubblici (si parla fra l’altro di alcuni stabilimenti Ansaldo, cui si vuol far fare evidentemente la fine dell’Ilva) anche per incentivare gli investimenti esteri (a quando la creazione di zone speciali per offrire forza lavoro a buon mercato e servizi gratuiti alle multinazionali, sul modello cinese?).

Eppure tutto questo non basta a far cambiare rotta ai “vagoncini” della sinistra (sedicente) radicale (da SEL alla nuova area politico culturale che si sta aggregando attorno al progetto di ALBA e al carisma del duo Rodotà/Landini), vagoncini che restano saldamente agganciati alla locomotiva del Pd nell’inutile tentativo di farle cambiare rotta, con il solo risultato di inseguirne l’inarrestabile marcia a destra. Riteniamo che uno dei primi compiti di Ross@ sia appunto quello di sganciare il maggior numero possibile di compagni (sia in quanto individui sia in quanto gruppi, organizzazioni e partiti che ancora si qualificano come antagonisti) da questo trenino, e di convincerli dell’urgenza di avviare un processo di unificazione di tutte le forze che non vedono più nel Pd un interlocutore con cui allearsi per convenienze tattiche, elettoralistiche o di altro genere, bensì un avversario politico.

Un momento importante, sia per verificare questa linea, sia per “andare a vedere” la consistenza e le reali intenzioni degli altri progetti di aggregazione alla sinistra del Pd, saranno le manifestazioni nazionali di metà ottobre: da quella per la difesa della Costituzione (12), a quella associata allo sciopero dei sindacati di base (18) a quella dei movimenti (19). Riteniamo che la nostra partecipazione alla manifestazione del 12 debba caratterizzarsi non nel senso di una generica battaglia per difendere e applicare la Costituzione così com’è, ma nel senso di una lotta per rivendicare un processo costituente che raccolga le istanze dei movimenti e miri a rafforzare, estendere e ampliare i principi e i diritti costituzionali al di là dei limiti imposti dal compromesso politico postbellico. Quanto alle manifestazioni del 18 e del 19, riteniamo che il loro significato, al di là degli obiettivi specifici per cui sono state indette (tutela degli interessi di una classe lavoratrice oggetto di continui attacchi, tutela dei territori contro lo stupro di progetti come la Tav, ecc.), consista nel praticare e difendere il diritto a resistere e manifestare per un’opposizione radicale oggetto di chiari tentativi di criminalizzazione da parte di partiti, media e padroni (basti pensare alle deliranti dichiarazioni di Caselli e agli attacchi mediatici contro Vattimo e De Luca, accusati di “fiancheggiamento” nei confronti dei “terroristi” NoTav).

2. Siamo totalmente d’accordo con l’idea, riaffermata in tutti i documenti recenti di Ross@, di fare della campagna contro “questa Europa” l’elemento centrale e caratterizzante di questa fase della nostra attività politica. Le istituzioni europee, Commissione e BCE in primo luogo, sono infatti le prime responsabili di una politica economica che, in nome dell’austerità, sta letteralmente massacrando le classi subordinate di tutta la regione, ma in particolare quelle dell’area mediterranea. Nel tritatutto delle politiche europee – rispetto alle quali i singoli Stati nazione svolgono ormai il ruolo di semplici esecutori, oltre che di garanti del consenso (o della repressione in caso di mancato consenso) delle popolazioni locali – stanno finendo salari, pensioni, servizi sociali (educazione e sanità in primo luogo), diritti sociali e civili; l’intera civiltà del welfare fondata sul compromesso storico fra capitale e lavoro si sta disgregando sotto i colpi di una guerra di classe dall’alto guidata dal capitale finanziario globale di cui questa Europa è una delle istituzioni fondamentali. Ma questa Europa è anche l’agente fondamentale di quell’irreversibile divorzio fra capitalismo e democrazia che tutti gli intellettuali di sinistra che non hanno ancora svenduto la propria coscienza denunciano da tempo: svuotamento della democrazia rappresentativa, integrazione fra lobby finanziarie e caste politiche attraverso la creazione di nuovi istituti di potere oligarchico, repressione nei confronti di tutte le forme di opposizione che non accettano le regole del compromesso, della passività e del silenzio sono ormai evidenti dati di fatto. Tuttavia riteniamo anche che lo slogan lottiamo contro questa Europa, richieda un’articolazione e un approfondimento sul piano degli obiettivi politici: qual è l’alternativa che intendiamo proporre? Al nostro interno esistono (e abbiamo l’impressione che ciò valga anche per altri compagni) , in merito posizioni differenti. In particolare, esiste una divergenza fra chi privilegia l’obiettivo dell’uscita dall’euro, con la riacquisizione della sovranità nazionale sulla moneta e sulle scelte di politica economica e chi, invece, guarda alla possibilità di aggregazioni subregionali (una moneta dell’area mediterranea sostenuta da processi di integrazione economica sul modello di quelli sperimentati da alcuni stati latinoamericani). Su questo punto riteniamo si debba aprire una discussione, pur evitando inutili e dannose contrapposizioni ideologiche.

3.Un altro punto che riteniamo sarebbe importante approfondire è quello relativo al tema dei beni comuni. Di questo termine si è ampiamente abusato in tempi recenti (basti pensare a slogan come lavoro bene comune e Italia bene comune) rischiando di svuotarne il significato. Anche mettendo fra parentesi le complesse problematiche teoriche che la categoria implica (distinzione fra beni materiali e immateriali, cosa sono i beni comuni e a chi sono comuni, ecc.), ci pare vadano considerati con diffidenza certi eccessi ideologici “benecomunisti” che trovano espressione nello slogan “oltre il pubblico e il privato”. Allo stato dei fatti – cioè nel contesto attuale dei rapporti di forza fra le classi – oltre il pubblico e il privato rischia di esserci solo il privato. Senza la pretesa di proporre soluzioni a un tema così complesso ci pare si possa partire da un punto fermo: comuni sono quei beni di cui un determinato soggetto sociale si appropria con la lotta, sottraendoli al controllo del mercato.

4. Infine la questione del rapporto fra movimenti e organizzazione politica. Ci chiediamo se prendere atto della crisi – innegabile – della forma partito, implichi rinunciare definitivamente a qualsiasi progetto di partito nel senso originario della parola, cioè come organizzazione degli interessi di una parte sociale – il proletariato – che si contrappone antagonisticamente all’ideologia del “bene comune” incarnata dallo Stato borghese. Certamente non possiamo ignorare che l’unità del proletariato è oggi messa in discussione dai processi di frantumazione sociale provocati da decenni di ristrutturazione capitalistica; né possiamo ignorare il diffuso sentimento di rigetto contro i partiti in quanto tali (sentimento che ha fatto la fortuna elettorale del Movimento 5 Stelle). Ma il punto è: come si ricostruisce oggi l’unità politica della parte sociale (sia pure articolata in un pluralità di soggetti) con cui ci identifichiamo? Trent’anni di “nuovi movimenti” (dalla sconfitta delle sinistre radicali alla fine degli anni 70 a oggi) sono lì a dimostrare che nessuna di queste esperienze è apparsa in grado di sedimentare memoria storica e strutture organizzative, per cui ogni lotta appare destinata a ripartire da zero per ripetere all’infinito gli stessi errori che generano sconfitte, riflusso e marginalizzazione. Che fare allora? Pensiamo si tratti di costruire un’organizzazione politica di tipo nuovo, che sappia garantire la partecipazione democratica di tutti i suoi membri alle scelte e alle decisioni senza indulgere tuttavia a “orizzontalismi” di maniera che, oltre a paralizzare il processo decisionale, si associano quasi sempre a paradossali processi di concentrazione dell’autorità nelle mani di leader carismatici. Pensiamo anche che questa organizzazione debba tendenzialmente superare le tradizionali contrapposizioni fra partito, sindacato e altre forme di organizzazione di classe: in una fase storica di frantumazione sociale e nella quale certe lotte “corporative” o “locali” (vedi il movimento NoTav) assumono forme politiche radicali, è possibile che una forma di aggregazione federativa possa esprimere in modo più efficace gli interessi di un ampio e articolato schieramento di soggettività antagoniste.

Per quanto riguarda, in particolare, la specificità del territorio salentino, il primo passo da fare dovrebbe essere la creazione di una struttura o rete “di servizio”, capace di fornire ai movimenti informazioni, conoscenze di ogni genere (politiche ma anche tecniche e culturali in senso lato), coordinamento fra le lotte, formazione quadri. Un compito che non rinvia alla vecchia figura del rivoluzionario di professione ma a un militante dotato di competenze trasversali se non universali, nonché di robuste motivazioni politiche e ideologiche. Somiglia troppo al “vecchio” partito? Può darsi, ma somiglia anche al lavoro che i ragazzi del centro sociale Asktasuna (che partito non è) fanno in Val di Susa così come somiglia, sul piano della struttura organizzativa, al MAS di Evo Morales in Bolivia o alle case del popolo ottocentesche attorno a cui si sono aggregate le prime forme organizzative del movimento operaio.

I soggetti sociali e politici a cui potrebbe essere rivolta questa offerta sul nostro territorio sono molti. Il movimento No Tap, che si oppone alla costruzione di un gasdotto che “sbarcherebbe” sulla costa salentina provocando notevoli danni ambientali (e che pur in assenza di scontri significativi è già stato oggetto di criminalizzazioni preventive); gli operai delle imprese al centro di un processo di deindustrializzazione che vede il decentramento delle lavorazioni verso l’area balcanica; gli studenti che vedono sempre più minacciato il proprio diritto allo studio da “riforme” che colpiscono selettivamente le università del Sud (gli iscritti all’ateneo leccese sono calati del 30% in dieci anni); i migranti che lavorano nelle zone di monocultura agricola in condizioni disumane; i compagni protagonisti di numerose e avanzate esperienze di agricoltura alternativa (che oltre a produrre posti di lavoro per i giovani sono un punto di riferimento per la lotta alle multinazionali chimiche e agroalimentari e per la difesa della sovranità alimentare della regione); infine i compagni di Rifondazione che rischiano di disperdersi dopo l’ennesima delusione provocata dall’avventura elettorale ella lista Ingroia.

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