La posta in gioco delle prossime elezioni europee

di Giuliano Garavini

“Fuel on Fire” di Greg Muttitt è un gran libro. Racconta la storia del petrolio iracheno dall’invasione americana del 2003 fino al 2009, con la vittoria di Barack Obama e il conseguente progressivo ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Il libro rompe un tabù: quello che la guerra in Iraq non avesse nulla a che spartire con la questione petrolifera.

Muttitt spiega come uno degli obiettivi strategici dell’intervento americano fosse quello di immettere il petrolio iracheno, controllato fino a quel momento dallo Stato, nel libero mercato mondiale dell’energia. Questo obiettivo sarebbe stato raggiunto imponendo ai nuovi regnanti di Baghdad contratti particolari, i Producion Sharing Agreeements (per intenderci quelli siglati dall’ENI in Kazakhstan), con multinazionali private del settore petrolifero. Perché questi contratti risultassero blindati per i decenni a venire, anche dopo l’inevitabile fine dell’occupazione militare, occorreva proteggerli con procedure legislative inattaccabili e un sistema di garanzie internazionali che rendessero irrilevante il Parlamento iracheno: una nuova legge petrolifera che accordasse al Governo il potere di siglare contratti senza l’approvazione del Parlamento, nonché trattati internazionali bilaterali che garantissero il ricorso a corti di arbitrato internazionale – per definizione favorevoli agli investitori – in caso di controversie con lo Stato iracheno. Il popolo iracheno sarebbe divenuto così sostanzialmente incapace di decidere democraticamente riguardo l’utilizzo della risorsa sulla quale si fonda il futuro del Paese.

E’ oramai tristemente evidente che la creazione di un sistema di diritto e di governo sopranazionale europeo, che chiamerò “sovrastruttura europea”, sostanzialmente indipendente dalle procedure e dai principi democratici incardinati nelle Costituzioni nazionali, costituisce oggi la chiave di volta della moneta unica. Con il pretesto di un progetto di grande valenza simbolica e culturale, quello appunto di una moneta comune che avrebbe unito il Continente in un abbraccio eterno e pacifico, i creatori dell’euro hanno progressivamente dato vita ad una sovrastruttura in grado di orientare le politiche economiche dei singoli Stati e prescrivere ricette preconfezionate su misura per quello che il sociologo tedesco Wolfgang Streeck ha recentemente chiamato “il popolo del mercato”: quello che vive e prospera su rendite, profitti e sui ricavi delle cedole sui titoli di Stato.

L’operazione di svuotamento della democrazia, che non è ancora riuscita all’industria petrolifera multinazionale con il petrolio iracheno per l’opposizione di gran parte del Parlamento e delle organizzazioni sindacali irachene, sembra essere riuscita al mondo della finanza e della grande impresa europea: privare la stragrande maggioranza dei cittadini del Continente della capacità di decidere sui fondamentali dell’economia e della società – dalla gestione del sistema pensionistico, a quella del modello contrattuale e dei servizi fondamentali – e sostituire alla sovranità popolare una nuova sovranità fondata sulle leggi del mercato privato.

La creazione di questa sovrastruttura europea antidemocratica nelle procedure e politicamente reazionaria si è velocizzata incredibilmente a partire dalla crisi del 2008 e si incardina su trattati e meccanismi di governo astrusi come il Fiscal Compact, il Six Pack, la Troika, le “lettere di intenti”, le “raccomandazioni” della Commissione europea, le procedure in caso di “deficit eccessivo”, tutte procedure in grado di orientare la natura delle scelte di politica economica, non più solamente di determinare i saldi di bilancio. La lettera della Banca Centrale europea del 2011, di cui il 5 Agosto ricorreva il triste anniversario, è stata solo la manifestazione più evidente – di solito queste comunicazioni non sono pubbliche – dell’azione di questa sovrastruttura che ha prescritto misure su pensioni e politiche del lavoro che avrebbero poi adottato per decreto prima il governo Berlusconi e poi quello Monti.

La sovrastruttura europea che governa l’euro serve a proteggere le banche e il grande capitale finanziario da norme che ne limitino i profitti e il potere indiscriminato, a spingere nella direzione della totale privatizzazione di tutti i servizi rimasti ad oggi in mano pubblica e mira – prova ne sia la recente analisi di J.P. Morgan sulla necessità di superare gli assetti antifascisti delle costituzioni europee del Dopoguerra – a riformare in senso autoritario e antidemocratico tutte le Costituzioni dei paesi europei (questo il senso di fondo della discussione in atto riguardante “l’ammodernamento” della nostra Costituzione).

Tale processo coinvolge in modo più drammatico i paesi debitori, quelli dell’Europa meridionale e dell’Europa dell’est, perché da debitori essi si trasformando progressivamente in colonie politiche e terreno fertile per l’azione della sovrastruttura europea. E’ assai difficile però che, in un lasso di tempo un poco più lungo e una volta spolpati per bene i Piigs da ogni residuo commestibile pubblico, la sete di privatizzazioni e di restringimento di diritti salari e pensioni, non si rivolga anche contro i paesi centrali dell’area dell’euro.

Se è vero dunque che l’euro è stato il terreno sul quale si è consolidato un sistema di legislazione e di governo al di sopra del controllo democratico allora le alternative che si pongono sono due. Entrambe non possono che comportare la rottura del giocattolo dell’euro e della sovrastruttura sulla quale esso poggia.

La prima alternativa è semplicemente quella di ritornare alla nostra valuta nazionale, con tutti i rischi regressione nazionalista che questo ritorno comporterebbe per la tenuta politica del continente. E’ la tesi sostenuta, tra gli altri, da economisti italiani come Alberto Bagnai, ma anche dallo stesso Streeck che auspica la creazione di una Bretton Woods europea con “cambi stabili ma flessibili” in grado di garantire le specificità nazionali e le differenti preferenze sociali e culturali.

La seconda alternativa, per quanto mi riguarda più auspicabile sebbene ancora più impervia, è quella di demolire la sovrastruttura sulla quale si fonda il governo dell’euro e di sostituirla, tramite un nuovo trattato votato e discusso da tutti i Parlamenti europei e ratificato con referendum in tutti i Paesi, con una nuova Costituzione economica dell’Europa. In questo nuovo apparato legislativo dovrebbero figurare nuovi compiti e obiettivi per la Banca centrale europea, nuove competenze europee nel campo fiscale e delle norme sul lavoro, nuovi strumenti a garanzia del ruolo pubblico dei servizi di interesse generale. Solo una volta completato questo apparato di regole avrebbe senso parlare di Europa politica.

L’integrazione politica di cui vagheggia oggi la Merkel, senza una modifica radicale dell’apparato legislativo europeo che impiegherà del tempo, significa una sola cosa: un commissario europeo e un Governo europeo dell’economia con il potere dittatoriale di imporre a tutti i paesi l’impianto legislativo neoliberale attualmente dominante. A bocce ferme, l’Europa politica non è che una ricetta per instaurare la dittatura dell’euro.

E’ questa la posta in gioco delle prossime elezioni europee del maggio 2014. Se non ci sarà una coalizione di sinistra euro-scettica (nel senso della moneta) in grado di dar voce ai disoccupati e a chi vive del proprio lavoro lo farà, con successo, il Movimento a 5 Stelle o un movimento berlusconiano rinvigorito con effetti speciali.

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