Un detenuto che decide le politiche dello Stato

di Dante Barontini
Una sentenza tecnicamente ineccepibile della Cassazione mette la politica italiana di fronte alla propria miseria.

La prima condanna definitiva per Silvio Berlusconi mette fine al lungo tormentone pseudo-politico che tiene in ostaggio l’Italia, apparentemente, da quasi un ventennio.

La Cassazione ha accolto l’obiezione del Procuratore Generale, non quelle della difesa. Trovando che i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici non corrispondesse a quanto previsto dalla legge per il tipo di reato per cui il Cavaliere è stato condannato: non cinque anni, ma da uno a tre. Non potendo la stessa corte decidere nel merito la quantità, ha quindi rimandato alla Corte d’appello di Milano la determinazione dell’entità. Un errore giuridico materiale sfuggito sia alla corte di primo grado che a quella d’appello.

Questo solleva il Senato dalla necessità di mettere immediatamente all’ordine del giorno la decisione sulla decadenza di Berlusconi dal seggio senatoriale. Ma lascia tutto il mondo politico italiano alle prese con un “governo di larghe intese” che ha i suoi due azionisti di riferimento… un detenuto.

Sorvoliamo sulla durissima ironia della storia, che in questo caso va a punire un “leader politico” che s’era fatto largo populisticamente cavalcando sentimenti forcaioli (ricordermo sempre quel che è avvenuto a Genova 2001), ma costretto a professarsi “garantista” per quanto riguardava se stesso.

C’è però il fatto nuovo, politicamente e internazionalmente devastante, per cui un governo sta in piedi o cade, fa una politica o un’altra, taglia la spesa sociale e mette nuove tasse, cancella diritti del lavoro e riduce le pensioni, massacra l’opposizione sociale (No Tav, No Muos, movimenti vari al varco dell’autunno, ecc), sottostando al volere determinante di un evasore fiscale detenuto.

La condanna a quattro anni, ormai definitiva, comporterà per lui soltanto un anno di arresti domiciliari (tre anni sono cancellati dall’ultimo indulto e l’anno residuo non può essere scontato in carcere dagli ultra-settantenni). Ma tecnicamente e giuridicamente diventa da oggi un detenuto a tutti gli effetti.

Un problema del Pdl? Niente affatto. Questo è un problema di chiunque, nella classe politica italiana, a partire da Giorgio Napolitano per arrivare fino ai resti del Pd, passando ovviamente per Enrico Letta il Giovane e il suo governo della Troika.

Come può un ministro, per esempio degli interni (Alfano, sembra) prendere ordini da un detenuto? Con quale “spirito” può disporre i controlli di polizia sui suoi spostamenti, l’identità delle persone che frequentano la sua casa, il contenuto delle telefonate che riceve o fa, ecc?

Come può un ministro delle finanze subire il condizionamento o i consigli di un evasore fiscale conclamato?

Come può un ministro della giustizia ascoltare le condizioni politiche e/o giuridiche di un detenuto che può decidere della sua poltrona?

Come può insomma qualsiasi figura della “classe politica” italica andare in giro per il mondo – ed essere ritenuta credibile – intrattenere un rapporto di governo, alla pari, con una persona che detta o consiglia o pretende decisioni da una “cella” (ancorché virtuale come quella domestica)?

Sappiamo bene che queste mezze figure sono capaci di questo ed altro. Ma queste sono le domande che ogni “cittadino” di questo paese dovrebbe porsi. E prendere una decisione conseguente. Mandandoli tutti e altrettanto definitivamente a quel paese.

da “Contropiano”, 1 agosto 2013

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