Cassazione: le sentenze non si commentano, ma gli esiti politici sì

di Franco Astengo

A pochi minuti dal pronunciamento della Corte di Cassazione nel merito del processo Berlusconi/Mediaset, l’esito politico appare estremamente chiaro: questo governo, voluto fortissimamente voluto dal Presidente della Repubblica e basato sulle “larghe intese” per affrontare dal punto di vista capitalistico la crisi economico – finanziaria – istituzionale – morale che da tempo attanaglia questo Paese, vede il leader di uno dei partiti che lo tiene in piede condannato definitivamente per una colossale frode fiscale: il tema della pena accessoria appare infatti, a questo punto, del tutto marginale.

Apparentemente il peso maggiore di questa vicenda appare gravare sul PD che si trova nella situazione di reggere il governo assieme ad un pregiudicato condannato in via definitiva.

La questione è, però molto più complessa e necessita di un punto di approfondimento sul piano dell’analisi politica, da svilupparsi con grande attenzione.

La questione infatti è questa: PD e PDL hanno dimostrato, in questi mesi, una comunanza effettiva di una concezione del potere e dell’affermazione di un ceto politico omogeneo al riguardo delle valutazioni al riguardo di quei temi della crisi appena richiamati e così complessi da affrontare.

Un’omogeneità di fatto prontamente richiamata dal Presidente del Repubblica, che ha chiesto di proseguire sulla strada di quella che, nel comunicato, è stata definita “coesione nazionale”.

Potrà essere possibile sciogliere questo nodo in nome della legalità repubblicana affermata, comunque, dalla sentenza pronunciata oggi dalla Corte di Cassazione?

Non esiste, come ha sostenuto Epifani nella prima dichiarazione del dopo sentenza, che il tema del governo resti separato da quello delle conseguenze pratiche della sentenza.

Una situazione, insieme drammatica e paradossale, che è bene ricordare viene da lontano: dal tema del “conflitto d’interesse” in avanti, in questi 20 anni di storia della Repubblica contrassegnati da corruzione, prevaricazione, sfascio delle istituzioni fino al punto che ci troviamo sull’orlo di profonde modificazioni costituzionali rivolte a una contrazione, in senso autoritario, dei margini di democrazia previsti dalla Costituzione.

Sia chiaro che questo discorso che riguarda il tema dell’omologazione culturale e politica tra PD e PDL riguarda anche chi, come nel caso di Sel, si è acconciato a un’alleanza con il PD per meri scopi di opportunismo politico e adesso si trova in forte difficoltà, sviluppando in parlamento un’opposizione di facciata rivolta soprattutto ai temi “non fondamentali” dell’agenda politica evitando accuratamente di intervenire sulle questioni fondamentali di carattere economico che il governo sta affrontando nell’ottica liberista della subalternità ai “poteri forti” dell’Europa del “deficit democratico”.

Tutto questo, a sinistra, cosa può e deve significare?

Naturalmente è necessario un dato di cautela, in questo momento, al riguardo delle previsioni relative alla dinamica politica, anche se si può dire, con buona cognizione di causa, che l’esperienza del governo delle “larghe intese” andrà avanti.

Il tema che si pone, allora, è quello che già era stato posto da diverso tempo: anche la sentenza della Corte di Cassazione rafforza l’idea dell’esistenza di un solo campo, quello legato all’opzione di governo e che comprende anche quelle forze che in questo momento si collocano all’opposizione parlamentare.

E’ necessario, urgente, indifferibile, costruire il “campo dell’opposizione” : lo reclamano non soltanto le sacrosante ragioni dell’anticapitalismo “di classe” (ragioni rese, se mai fosse ancora possibile, più pregnanti dalla gestione della crisi da parte del potere dominante), ma anche quelle della democrazia parlamentare (senza aver alcuna paura di raccogliere le bandiere della borghesia gettate nel fango) e dell’intreccio tra opposizione politica e opposizione sociale.

Un “campo dell’opposizione” che è chiamato a elaborare un progetto complessivo, sia sul terreno della struttura politica e dell’organizzazione e dell’identificazione di un nucleo “forte” di priorità sui temi dei diritti, dell’economia, del lavoro, della società per rendersi in prospettiva competitivo anche sul terreno, che rimane fondamentale, della presenza nelle istituzioni.

Verificheremo le conferme che si saranno portate dal dopo – sentenza, ma pare che – dal nostro punto di vista – si allarghino spazi e prospettive per l’opposizione anticapitalista, liberista, dell’opposizione per l’alternativa: non dobbiamo assuefarci a questo stato di cose, serve una mobilitazione immediata.

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