Opposizione politica e dissenso

di Franco Astengo

Sulle colonne della “Lettura” del Corriere della Sera di domenica 21 Luglio si affronta, attraverso un articolo, di Maurizio Ferrera l’antico tema del rapporto tra capitalismo e democrazia, con specifico riferimento al “discorso Europeo”.

Nello stesso tempo, sul territorio di quella che l’antica Unione Sovietica, tornano alla ribalta quelli che “storicamente” sono stati definiti come dissidenti: dal caso Navalny a quello Ablyazov.

Nell’articolo di Ferrera il tema del rapporto tra capitalismo e democrazia in realtà lo si affronta attraverso un dibattito a distanza tra il sociologo Wolfgang Streeck e il filosofo Jurgen Habermas e l’oggetto del contendere è, appunto, il tema del futuro dell’Unione Europea laddove Streeck, teorico del “tempo comprato” (o “guadagnato” secondo l’edizione italiana del suo “Gekaufte Zeit”), analizza il processo d’integrazione europea come una macchina al servizio del capitale (finanziario), al fine di soffocare le istanze della società tramite politiche di austerità per ricreare condizioni favorevoli al profitto tramite liberalizzazioni e concorrenza. Di conseguenza è necessario far saltare tutto, soprattutto l’euro, mettendo a nudo la favola del capitalismo “socialmente responsabile” e tornando al conflitto di classe di marca socialdemocratica entro le mura dello Stato Nazionale.

Habermas, dal canto suo, ormai legato alla tradizione di un liberalismo pragmatico ed egalitario nega la possibilità di realizzare l’opzione “nostalgica” di un ritorno al passato e la democrazia può salvarsi solo grazie all’Europa, più precisamente grazie alla realizzazione di una genuina Unione Politica.

Entrambi, però, sottovalutano – ed è questa l’annotazione che preme far rilevare con il massimo della forza possibile- la condizione reale nella quale si trovano le grandi masse rispetto alla possibilità e capacità d’espressione delle proprie istanze di fondo, dell’apertura di un processo rivendicativo e di proposta politica.

Sta qui l’accostamento al ruolo del “dissenso” che emerge, in varie forme, nei paesi dell’ex-URSS: in entrambi i casi, nell’Europa intesa come Unione, in gran parte degli stati che la compongono e nei paesi – appunto – di recente acquisizione del processo democratico dopo l’esperienza delle cosiddette “rivoluzioni avvenute” esiste un punto in comune : la pressoché completa impossibilità di esprimere un’opposizione politica sul terreno del confronto democratico, fuori e dentro le istituzioni rappresentative.

Ovviamente i casi sono diversi: per l’UE l’analisi formulata da Streeck appare sicuramente condivisibile nella sua essenza, per i singoli Paesi che compongono l’Unione è necessario – naturalmente – distinguere tra i diversi casi ma appare certo che in quelli dove la gestione della crisi appare più feroce i margini di agibilità democratica si sono di molto ridotti come appare evidente nel “caso italiano” laddove, a un presidenzialismo non costituzionalizzato corrisponde un governo a larghissima base parlamentare soltanto grazie all’artifizio della legge elettorale (la base elettorale del governo Letta infatti è di circa 18 milioni di elettori su di un totale di 49 milioni: quindi una netta minoranza), per i paesi dell’ex-URSS valgono altri fattori dovuti, in buona parte, al tipo di processi economici e di concentrazioni finanziarie realizzatesi al momento delle (finte) dismissioni delle grandi holding di Stato.

Comune in tutti i casi, e determinante, il processo di mutamento ( o di mancata affermazione) dei principi di fondo della competizione politica “aperta”: siamo di fronte ad un potere oligarchico, sia quello dei banchieri, sia quello di un ceto politico che ha ormai formato – in diversi paesi – quello che si può ben definire un “cartello” di detentori del potere, sia quello dei profittatori di regime diventati sultani assoluti di Paesi dai quali, per svariati motivi e in particolare per via della questione energetica, dipende l’intero equilibrio economico dell’Occidente Europeo.

Accentuata personalizzazione della leadership, rapporto diretto tra i leader e l’opinione pubblica attraverso meccanismi di acquisizione del consenso di natura populistica, “presidenzializzazione” della competizione politica rappresentano i punti di uno “sconfinamento” nella gestione del potere (come scrive Grilli da Cortona nelle conclusioni del volume sui sistemi di partito nelle democrazie europee , curato assieme a Gianfranco Pasquino) con conseguente impossibilità delle opposizioni politiche di esprimersi per la via democratica della rappresentanza. Una rappresentanza negata in particolare quando questa intende riferirsi alla “contraddizione di classe”, considerata ormai come antisistema (diverso il caso dei soggetti che, invece, si misurano con un tipo di opposizione “interna” al sistema, come avviene, tanto per restare al “caso italiano” per SeL e M5S”.

In queste condizioni non appare possibile lo svilupparsi di un rapporto diretto tra rappresentanza politica e conflitto sociale, con il conflitto che rimane , assieme, quasi atono e afono: un rumore di fondo che non riesce così a disturbare più di tanto il Palazzo.

A questo modo si verifica il passaggio da opposizione politica a dissenso: un dissenso estremizzato, relegato ai margini all’interno di sistemi che, in apparenza appaiono “aperti” e “plurali” ma che in realtà tendono a realizzare, rapidamente, regimi oligarchici “chiusi” e opprimenti, all’interno dei quali la “tecnica” di governo sovrasta quasi interamente l’azione politica.

Stiamo riflettendo in ritardo su questi elementi, invero del tutto determinanti per la prospettiva della rappresentanza politica e del conflitto sociale.

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