Sospesi i lavori del Parlamento: prove tecniche di regime e ruolo dell’opposizione di sinistra

di Franco Astengo
L’episodio di oggi, mercoledì 10 luglio 2013, è clamoroso: i lavori del Parlamento resteranno fermi per un giorno (e di conseguenza la democrazia sarà sospesa) per scelta convenuta (al di là delle immagini di facciata) tra i due maggiori partiti presenti nel sistema politico italiano, facendo così slittare anche il voto sulla mozione che chiede lo “stop” all’acquisto degli F35.

Un episodio di estrema gravità anche se si fosse aderito ad una sospensione di cinque minuti perché  la ragione di questa sospensione è quella della protesta avanzata dal gruppo PDL avverso l’annuncio da parte della Corte di Cassazione al riguardo dell’emanazione della sentenza, il prossimo 30 Luglio, sul caso “Berlusconi  – Mediaset”.

Il solo commento possibile è questo fatto è quello relativo all’emergere, in questo frangente, di vere e proprie prove “tecniche di regime”, del rilevarsi di un pericolo fenomeno di collusione, dell’evidenziarsi di una vera propria  comune concezione della politica tra PDL e PD.

I principali protagonisti del sistema politico italiano dimostrano così di spingere verso formule istituzionali di ulteriore restringimento nei margini di agibilità democratica, di dispregio della centralità del Parlamento: il PD che avrebbe dovuto presidiare la Camera e il Senato in un momento di così grande difficoltà aderisce, invece, alla richiesta di chi protesta avverso (è bene notarlo) verso l’annuncio di una sentenza della magistratura.

Era già capitato all’epoca di Tangentopoli che le più importanti forze politiche si dirigessero verso un micidiale intreccio tra “maggioritario” e “personalizzazione” (mentre, al riguardo del “vincolo esterno” si compivano gli atti fondamentali che avrebbero aperto la strada al “massacro europeo”) che ha causato danni incalcolabili alla democrazia italiana, creando le condizioni per una messa in discussione delle fondamenta della Costituzione Repubblicana.

Adesso l’attesa sentenza della Cassazione al riguardo di uno dei tanti “casi Berlusconi” potrebbe aprire (finalmente, per molti) la strada a un’altra revisione del sistema in senso maggioritario/presidenzialista, compiendo così il disegno di un bipartitismo votato, su entrambi i fronti, al culto della “governabilità” orientata nel senso del restringimento ulteriore nei rapporti tra società e politica e del taglio del cosiddetto “eccesso di domanda” (il procedere della crisi, un’occasione ghiotta, che mi pare lorsignori stiano sfruttando al meglio).

Un esito paradossale ma non troppo considerate le premesse maturate da tempo. Si leveranno alti i lai del “ridotto della Valtellina” di quello che è stato malamente definito “berlusconismo”, ma le soluzioni sono già pronte e, dal nostro punto di vista, assai poco confortanti.

E’ stata illuminante una frase pronunciata da Goffredo Bettini, gran regista di tutti gli intrighi del PD, a margine della presentazione di uno dei tanti documenti – specchietto – per – le allodole in vista della “kermesse” di quel partito (che non osiamo definire congresso…davvero non osiamo): “adesso costruire un solo campo democratico”.

E’ quello l’obiettivo vero della “vocazione maggioritaria”: “un solo campo democratico” (con un’arrogante appropriazione del termine “democratico”, fra l’altro) all’interno del quale due forze, del tutto simili nelle loro prerogative di fondo, si contenderebbero il governo (ben distinguendo il governo dal “potere reale” che apparterebbe a entrambe) non supportate dal consenso popolare, ma dall’uso dei meccanismi della forma di governo (il sistema presidenziale e/o semipresidenziale) e del funzionamento delle istituzioni (sistema elettorale maggioritario a doppio turno; un solo ramo del parlamento elettivo assai ridotto numericamente, con funzioni di mera ratifica della decretazione).

L’espressione, insomma, di un “regime” attuato da due partiti omologhi nella cultura di fondo, con qualche sfumatura sul piano dei valori, ma entrambi collocati saldamente nel campo neo-liberista e nella ricostruzione piena dei meccanismi che hanno portato proprio alla crisi nella quale ci stiamo trovando.

Abbiamo espresso molto schematicamente questa prospettiva che ci appare, però, a breve la più prevedibile.

Che fare, allora?

Tralasciamo per mere ragioni di economia del discorso l’analisi delle condizioni materiali nelle quali versano i ceti sociali più deboli, delle devastazioni sociali attuate nel corso di questi anni, della vera e propria repressione che è stata portata avanti nei confronti delle istanze di democrazia, eguaglianza, solidarietà sociale che pure erano state patrimonio della sinistra italiana per lunghi anni.

Neppure ci soffermiamo sul disastro realizzato dai dirigenti della cosiddetta “sinistra radicale” dimostratisi del tutto incapaci di esprimere una propria autonomia di pensiero legandosi invece al carro del politicismo, della governabilità, di un “meno peggio” rivelatosi, alla fine, davvero il “peggio”.

Il punto è questo: la costruzione di un unico “campo del governo” (uscendo dalle finte contrapposizioni frontali e dai richiami alle armi della “difesa democratica” esige la costruzione, subito, con grandissima urgenza, del “campo dell’opposizione”.

Un “campo dell’opposizione” da costruire senza minoritarismi, nella convinzione dell’ampiezza dello spazio politico a disposizione così come questo può essere offerto dalla complessità delle contraddizioni sociali emergenti e dal loro ricondursi – nella crisi – a una precisa dimensione di “classe”, esprimendo un’autonomia complessiva di pensiero e d’azione della quale non possono disporre – tra l’altro – i soggetti parlamentari oggi apparentemente contrari alle “larghe intese” (sia SeL sia il M5S risultano, essere, irrevocabilmente intrisi degli elementi fondativi del “campo del governo”, dall’internità al campo liberista sul piano economico – sociale, al basarsi sul concetto “presidenzialista” della personalizzazione, al reclamare l’utilizzo dei diritti civili di “nuova generazione” al di fuori del quadro della contraddizione principale descritta dall’analisi marxiana, che mantiene intatta la sua validità ed attualità).

In questo senso ci rivolgiamo al gruppo di compagne e compagni che stanno costruendo “Ross@” intendendoli come punto di riferimento nella costruzione di questo ampio “campo dell’opposizione”: va lanciato subito un messaggio che indichi la necessità e l’urgenza del muoverci in questa direzione, chiedendo a tutti coloro che – indipendentemente dalle appartenenze residue oppure privi di appartenenza diretta – possono riconoscersi in questo progetto.

Occorre superare incrostazioni, remore, esitazioni: serve in tempi rapidi l’avvio del processo di formazione di una nuova, compiuta, soggettività politica.

Il tutto, naturalmente, non potrà rimanere ristretto nell’ambito dei confini nazionali: bussano alle porte i temi delle grandi deflagrazioni sociali in atto in tutto il mondo e la scadenza delle elezioni europee 2014.

Il dibattito dovrà quindi intrecciarsi attorno ai diversi livelli, con un respiro internazionalista nella costruzione di un’identità dalla quale produrre egemonia.

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