Beni comuni e nozione di “pubblico”. Appunti per una discussione

di Giacomo Casarino 

Cinquanta sfumature del “rosso”, diceva Francesco Piccioni all’assemblea di Bologna a proposito del nostro progetto politico. Credo pertanto sia lecito (ed anche proficuo ai fini di allargare la base del confronto culturale ed acquisire potenziali consensi) non tanto correggere o integrare quanto “dare respiro” ai sette indirizzi di lavoro decisi in quella sede. Per trasformarli in punti di programma conviene problematizzarli, aprirli ad una ulteriore verifica critica, sottrarli ad ogni possibile sospetto di “parasindacalismo” e di movimentismo, dotarli in qualche modo di un fondamento di teoria politica. Credo, in sintesi, che, al di là delle campagne politiche prossime venture che essi annunciano, occorra aprirci, dopo la “Dichiarazione comune”, ad una riflessione più attenta, più analitica. La mia non vuol essere una fuga in avanti rispetto  al “tempo” politico attuale, che è quello delle assemblee territoriali, ma solo un’anticipazione di un dibattito autunnale che penso imprescindibile.

Ad esempio, credo che non si possano implicitamente liquidare con supponenza i dibattiti in corso in Italia e nel mondo attorno al groviglio di problemi che si riannodano ai temi, congiunti, del beni comuni e del reddito universale garantito. Andrebbe perlomeno accennata questa problematica, quantomeno per negarne certe interpretazioni, ma non ignorata da parte di un movimento politico in costruzione che si vuole attento a quanto si muove nella società e nel dibattito a sinistra. Vogliamo per caso considerare estranei ad un discorso antisistemico certi interrogativi, al tempo del capitalismo globale finanziarizzato ma anche cognitivo?

 Lasciamo per ora da parte, per ragioni di brevità, il discorso sul reddito universale garantito, che presuppone una disamina ampia sui caratteri del lavoro oggi, e veniamo, per notazioni sommarie,  al nodo bene comune/proprietà pubblica.

Nei punti 2) e 3) del Documento dell’11 maggio ricorre per ben cinque volte il termine “pubblico”. Confrontare il testo: “pubbliche” l’educazione e la salute al pari di “pubblico” per quanto concerne il potere. Un lessico che è stato per il passato una sorta di passepartout per la sinistra, ma che, secondo me, oggi manifesta tutta la sua ambivalenza semantica, un’antinomia rispetto a “privato” che oggi si appalesa come non più esaustiva. “Pubblico” come forma di proprietà non è la stessa cosa di “pubblico” come espressione della democrazia delegata, di “pubblico” come Stato e suoi enti decentrati.. Non è una questione nominalistica.

Intanto, che cosa sono i beni comuni? Si tratta di una galassia variamente classificabile, secondo diverse griglie: una tra di esse può essere la distinzione tra beni comuni globali (atmosfera, oceani, foreste, biodiversità ecc.), usi civici territoriali (bacini idrografici, ecosistemi urbani ecc.) e ancora la noosfera (conoscenza, saperi, consuetudini e codici consolidati ecc.).

Per tornare alla discussione terminologica, a me pare che non si possano assimilare, sotto l’etichetta di “mano pubblica”, i beni comuni e le banche, alla stessa stregua (punto 3): le risorse naturali accennate, nate come non “proprietalizzabili”, non stimabili da un punto di vista di mercato, ed i beni storico-culturali legati alla conoscenza sociale storicamente accumulata, da una parte e, dall’altra, le banche, istituzioni strategiche per il  credito e gli investimenti, cioè per il governo dell’economia e dello sviluppo capitalistico.

La crisi del “pubblico”, cioè dello Stato e della democrazia rappresentativa è fin troppo sotto i nostri occhi per soffermarcisi ulteriormente: sappiamo che può sanarla solo un processo rivoluzionario che fondi una nuova legittimazione, non più basata sulla separatezza tra processi produttivi ed esercizio politico, tra società civile e Stato, ma su nuovi istituti di democrazia diretta o di autogestione. Il sistema della rappresentanza delegata, che proprio la crisi globale e le politiche di austerità hanno acuito ed evidenziato, credo viva un declino irreversibile, che lo rende inadatto ad accogliere sotto la sua disciplina (che non è in grado di fuoriuscire dalla logica del diritto proprietario) il complesso dei beni comuni, che originano con un marchio extra-mercato.

Che cosa significa “sottrazione dei «beni comuni» alla dialettica delle classi, causa giusta ma insufficiente” (Rossanda, recensione a Luciano Gallino)? Anch’io diffido del “comunitarismo” (categoria fondante per ALBA), cioè della palingenesi delle relazioni sociali affidata ai beni comuni gestiti da singoli gruppi sociali territoriali che si erigono a “comunità” (vs. “società”). Ma penso pure che la prospettiva della necessaria articolazione politica della futura società socialista non possa prescindere da forme di autogoverno. 

Se mi è consentito un paragone alquanto azzardato, così come abbiamo accettato l’autonomia della lotta al patriarcato (solo indirettamente connessa ai rapporti di produzione), allo stesso modo dobbiamo  convalidare il diverso livello di conflittualità contrassegnato dal campo dei beni comuni. Non foss’altro perché essi si collocano nella prospettiva di un’accumulazione primitiva che, per certi aspetti, non è rimasta circoscritta ad una determinata epoca storica, tant’é che oggi in Africa sono in atto processi di spossessamento di terre comuni analoghe alle “storiche” recinzioni inglesi degli open fields (campi aperti), in atto dal XV secolo in poi. Un filo rosso, dunque, congiunge attraverso i secoli le resistenze contadine di un tempo alle odierne contese sulla proprietà intellettuale e, più specificamente, sulla brevettazione del genoma umano.

Insomma, quello che ci si aspetta è una sorta di risarcimento dei “vinti” di allora, un trait-d’union tra passato e presente. Se la resistenza a definire altrimenti che “pubblici” i beni comuni è motivata dal timore di una loro neutralizzazione in senso riformista e “comunitarista”, mi pare che le argomentazioni fin qui addotte dovrebbero fugare tale sospetto.

Giacomo Casarino

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