Per una serie A… più seria

di Carlo Felici

Letta ha ottenuto dall’Europa tecnocratica dei banchieri e degli speculatori finanziari il “contentino” di una modesta “flessibilità”, che noi sappiamo bene consistere non tanto in “investimenti pubblici produttivi”, ma in un sostanziale leggero allentamento del capestro che sta letteralmente impiccando lavoratori e piccoli e medi imprenditori in Italia.

Lo Stato riuscirà finalmente a pagare i suoi debiti contratti con loro? Forse e in piccola parte, ma, ovviamente, se non si reciderà il vero nodo gordiano che rende servo e succube un intero sistema e che consiste in un livello di evasione fiscale e di corruzione tra i più elevati al mondo, non ci saranno né manovre né manovrine e tanto meno “contentini” che possano essere destinati a rivelarsi concretamente utili ad assicurare un futuro a chi oggi lo vede come un miraggio nel deserto della propria devastazione endemica: specialmente i giovani.
Ancora una volta tutto viene rimandato, infatti gli investimenti non verranno esclusi dal calcolo del deficit, si consentirà invece di allungare il tempo per raggiungere gli obiettivi.
Si allunga il tempo per l’IVA, per l’IMU, per gli F35 (militari permettendo, dato che sembra che essi abbiano intenzione di mettere sotto tutela il nostro Parlamento) e per altri non ben definiti programmi “capestro”, mentre, nel frattempo, si lascia la precarietà com’è, e si spingono i giovani alla “schiavitù salariale” consentendo incentivi solo per assumere quelli che non hanno un diploma di scuola superiore o un titolo più elevato.
Soddisfazione e trionfalismo sbandierati dalle prime pagine dei giornali “one truck mind” paiono così del tutto fuori luogo.
Nessuna produttività infatti, specialmente nel settore pubblico, può essere incrementata senza una seria riforma dei suoi assetti che parta, in primo luogo, dalla riduzione dei privilegi e dalla rottura del circolo vizioso che tuttora esiste tra amministrazioni pubbliche, in particolare territoriali, e organizzazioni malavitose, senza cioè spezzare la catena di vassallaggio di questo paese che lega indissolubilmente politica e mafie di vario genere, alimentando una corruzione stratosferica che equivale, con i suoi circa 70 miliardi stimati dalla Corte dei Conti, ad almeno dieci manovre finanziari annue.
Nessun miglioramento senza incentivare il lavoro di chi serve lo Stato nei suoi servizi più nevralgici ed essenziali: Scuola, Sanità, Sicurezza.
Siamo arrivati al punto che persino un militare può prendere i gradi e progredire “giuridicamente”, mantenendo però lo stipendio dei suoi gradi precedenti. Anche a questo dovrebbero pensare seriamente coloro che ordinano di manganellare i poveri disgraziati. Dove sta il “loro nemico”: di fronte o a mordergli il sedere?
Non colpendo i nodi strutturali e rimandando solo quello che appare alla opinione pubblica più feroce ed inopportuno, il “cane fedele” non può che avere un guinzaglio più lungo, ma non può certo scorrazzare a suo piacimento, né togliersi la “museruola”, e se improvvisamente, si trova in preda ad un attacco di rabbia repentina, come può essere capitato a Roma ai senza casa o ai siderurgici di Terni, lo si bastona a sangue e senza pietà, così imparerà meglio a deglutire l’unica carota che può permettersi di ingurgitare.
L’Europa è costituita ormai secondo un ferreo “regime internazionale” paragonabile solo a quello tutelato un tempo dalla Santa Alleanza, che però, allora, aveva almeno qualche fondamento “spirituale e religioso” oggi, per suggellare l’inossidabile strutturazione dell’Europa Atlantista non vi è altro che la legge del profitto, e guai a chi prova a svelarne gli “altarini” o “gli scheletri negli armadi”.
La sorte di quelli come Assange o come Edward Snowden, la “talpa” del Datagate, che io paragonerei a i coraggiosi filosofi che, entrando nella “caverna globale del web” ne smascherano le subdole ombre, rivelandole per quel che concretamente rappresentano nel mondo reale, è segnata in partenza, per loro c’è solo la “caccia all’uomo”, il destino predeterminato della cicuta.
Persino un Presidente di uno Stato, anche solo sospettato di poter fornire loro diritto d’asilo, può essere sequestrato, come è accaduto ad Evo Morales, con tutto il suo aereo ed il suo equipaggio, addirittura negandogli il diritto di passare per lo spazio aereo di alcuni Stati sovrani.
La Santa alleanza della Restaurazione postnapoleonica aveva sicuramente, in confronto a tali prospettive, mezzi molto meno efficaci e tempestivi.
Un tempo si poteva ancora congiurare, magari dandosi alla Carboneria, ma oggi, con il “braccialetto elettronico” di un cellulare sempre acceso con noi, con un costante contatto in un social network in cui tutto quello che diciamo o mostriamo viene passato inesorabilmente al “grande occhiuto fratello” non c’è luogo in cui celarsi o per essere clandestini.
E allora la nuova forza probabilmente deve venire dalla “visibilità”, dal farsi osservare senza timore alcuno, dal mostrare e dal mostrarsi insieme a tanti, e sempre di più, non come “moltitudine” sparsa ed incazzata, ma come onda di rete: organismo sempre più strutturato, come “una coscienza collettiva” di lotta che non ha un “capo” ma uno, dieci, cento, mille, centomila e un milione e più di “capi”, ciascuno intercambiabile rispetto agli altri, e tutti inesorabilmente protesi verso lo stesso obiettivo.
Massa critica pronta a diventare, se necessario, “tsunami” travolgente verso chi lede le basi strutturali del diritto, della giustizia sociale e della libertà.
Il sistema odierno, come ho fatto più volte notare, infatti, conta soprattutto sui “capi” dei movimenti o dei partiti, sui loro vassalli, valvassini e valvassori per arginare le maree ormai montanti del dissenso che, dal Mediterraneo, salgono ciclicamente, ma ancora sporadicamente verso l’Europa, conta sulla loro divisione, sulla loro esplosione effimera, ma teme la loro saldatura, specialmente se essa avviene anche con paesi ormai governati stabilmente in controtendenza, magari in altri continenti meno asserviti, rispetto alle tendenze dominanti nell’Europa Atlantista, nella grande area della Restaurazione neocapitalista ed imperialista. Per impedire ciò usa oramai mezzi sofisticatissimi che vanno dall’infiltrazione nei movimenti nascenti (per altro a volte grottesca perché certi personaggi si riconoscono lontano un miglio per ciò che sono e sono sempre stati), al sistema di spionaggio globale, fino a potenziare la nascita di movimenti falsamente antagonisti, per impedire che altri, che lo sono concretamente, possano precederli.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disorientamento e la frustrazione, il non trovare mai un riscontro, un vero punto di riferimento per una vera lotta che porti ad invertire questa nefasta tendenza al dominio capillare; e da tutto ciò non può che nascere la solitudine, l’oblio e quella disperazione che, per i più fragili, soli e meno dotati di strumenti anche culturali di interpretazione e reazione, può sfociare, come accade ormai sempre più spesso, nel suicidio.
La risposta non può che consistere in tre fattori essenziali: unità, organizzazione e mobilitazione.
Avere un soggetto politico unitario e realmente non colluso né satellitare rispetto a chi ormai fa parte integrante di un gotha di potere, non solo a livello nazionale, ma europeo e globale, che, pur nelle sue necessarie e dialettiche differenze interne proceda senza tentennamenti né polemiche asfittiche verso obiettivi essenziali, strutturato territorialmente in modo che possa agire nei luoghi dove la sofferenza, il degrado e la marginalizzazione risultano più dirompenti e dolorosi, e infine dotato di strumenti di mobilitazione tali che non ci possano né debbano più essere “bastoni” capaci di contenerlo.
Possibile mai che in questo paese la morte di un tifoso susciti più rabbia, mobilitazione e combattività della morte o bastonatura a sangue di un senza casa, di un senza lavoro, di un giovane precario o di un operaio che presidia la sua fabbrica?
Chiediamocelo seriamente un po’ tutti, prima di organizzare una squadra adeguata che almeno possa competere per vincere lo scudetto della civiltà e della libertà, o la coppa dei campioni della giustizia sociale.
Siamo già, come popolo, nella serie C dei “contenti e coglionati”, con unica alternativa indotta quella di risalire alla B dei “bamboccioni”, mentre dovremmo seriamente pensare di competere nella A dei veri Antagonisti e della concreta Alternativa.

Carlo Felici

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