La lotta contro la barbarie del nulla

di Carlo Felici

La crisi in Italia sta completamente ridisegnando gli assetti politici e il quadro di riferimento dell’elettorato.
Una intera classe politica, pur perdente, non si sta affatto rassegnando a dover cambiare profondamente se stessa ed il proprio modo di rapportasi con i cittadini, prova né è il fatto che non ha alcuna intenzione di restituire la sovranità elettorale al popolo, cambiando una legge “porcata” che tutti sanno essere un colpo mortale alla democrazia, prova ne sono i numerosi provvedimenti che non incidono affatto nel tessuto sociale e mantengono sostanzialmente inalterato un regime di privilegi che appare tuttora inossidabile.

Nessuna iniziativa sostanziale per i disoccupati, nessuna per le famiglie povere che oltre allo sfratto rischiano anche il sequestro dei loro figli, niente di sostanziale per ridurre la pressione fiscale e rilanciare la produttività, nulla che rilanci il ruolo della scuola pubblica, niente contro il conflitto di interessi e tanto meno nulla di veramente incisivo contro la corruzione, non parliamo poi di ridurre lo stipendio dei parlamentari e dei dirigenti pubblici, un nulla che più nulla non si può, nemmeno con il nichilismo più spinto.
Se tutto questo accade è perché, evidentemente, ciò che moltissimi elettori hanno percepito come una realtà concretamente innovativa e quasi rivoluzionaria, il movimento di Grillo, ha aggiunto ad un nulla sostanziale anche un altro nulla virtuale e parlamentare. Abbiamo un nulla al quadrato?
Purtroppo no, ne abbiamo uno al cubo, se aggiungiamo a questi nulla anche il nulla di un popolo che, unico in Europa e nel Mediterraneo, ancora non riesce non dico a sollevarsi e ad insorgere, ma almeno a risvegliarsi da un demenziale torpore, l’unico serio fattore di rivolta organizzata si è avuto in Val di Susa, dove, nonostante le strumentalizzazioni dei media asserviti ad un regime fallimentare, una intera popolazione continua a lottare con tutti i mezzi che ha, rischiando: galera, botte e repressioni di ogni tipo. Eppur si muove..direbbe qualcuno, ma può bastare? Evidentemente no, qui pare che la terra stessa abbia sussulti maggiori degli italiani..purtroppo, con ciò che ne deriva.
C’è evidentemente chi teme anche nella cosiddetta sinistra una sorta di insurrezionalismo fine a se stesso, non pilotato, non guidato ed afferma che solo una forza orientata verso la socialdemocrazia e tale da mettere in atto provvedimenti analoghi a quelli presi dopo la crisi del ’29, potrebbe ridurre il rischio di una rivolta su larga scala che potrebbe essere pilotata da gruppi populisti o di destra.
Ora, a parte il fatto che la crisi del ’29 non fu certo stoppata dalla democrazia e tanto meno dal new deal, ma da una catastrofica guerra mondiale e che tale scenario non è del tutto remoto in queste circostanze odierne, anche se ovviamente, tutti noi cerchiamo di scongiurarlo, oggi, c’è qualcosa di profondamente nuovo rispetto al passato: una rivoluzione nelle strutture di comunicazione che è già avvenuta e si sta strutturando come permanente, e globale. Essa rappresenta un enorme salto di qualità rispetto al passato nel raggiungimento di una coscienza critica non eterodiretta, da parte del singolo cittadino. Però non in tutti i casi essa, da sola, può costituire un serio terreno di aggregazione e di mobilitazione per cambiare radicalmente uno stato di cose.
Il recente connubbio parlamentare tra forze che fino a poco tempo fa si facevano l’occhiolino, giocando ogni tanto ad insultarsi, salvo poi votare spesso e volentieri provvedimenti cruciali insieme: il PD e il PdL, ha definitivamente scardinato le categorie già ampiamente scricchiolanti di “destra e sinistra” e solo un gonzo della politica, un illusionista fallito o un “capetto” in cerca di vecchie truppe cammellate può ancora usarle.
Ma guardiamole queste riunioni di partito, questi congressi, queste assemblee associative che sembrano uscite da un circolo di bocciofili di una casa di riposo, dove si continua a dire come si potrebbe, come ci si dovrebbe agganciare a questo o a quel vecchio rottame della politica per restare ancora a galla, guardiamoli poi questi “capetti”, quelli che vorrebbero, in queste circostanze, apparire come i maghi della strategia politica dell’ultimo corso, candidarsi e scavare profondamente nell’acqua!
Oggi, non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo la dicotomia destra-sinistra non dice più assolutamente nulla e quindi addirittura chiamare di destra o di sinistra un soggetto politico, vuol dire prendere in giro se stessi, prima ancora che l’elettorato.
Oggi, la vera dicotomia resta quella del XX e del XIX secolo e solo chi vorrebbe che questo XXI secolo annullasse definitivamente il passato, con tutta la sua storia dei conflitti sociali, può presentarsi, a seconda dei casi, come chirichetto, sacerdote, vescovo, cardinale o addirittura papa del nulla, e cioè di quel che lo stesso Gesù definiva Mammona, il dio mercato, il vero Anticristo.
Oggi la vera dicotomia è ancora tra Socialismo o barbarie, tra una società in cui regnano la libertà e la giustizia sociale, organizzate e governate secondo modelli concretamente e non virtualmente democratici e partecipativi, oppure il caos speculativo, le mille bolle finanziarie, l’usa e getta in cui l’essere umano, per fini di profitto, è ridotto a merce e alla schiavitù salariale.
Questo è l’unico paese d’Europa e uno dei pochi al mondo in cui le colonizzazioni culturali e politiche messe in atto hanno desertificato la cultura socialista, e sebbene essa abbia segnato le tappe più significative del progresso democratico, civile e sociale dell’Italia.
Per rimettere in moto un processo virtuoso di educazione ai valori sociali più significativi ed elevati, bisogna ripartire dalle scuole medie, nemmeno dai licei.
Cosa fare dunque in un momento così difficile e cruciale?
La soluzione concreta non ci appare poi così difficile: non possiamo certo copiare gli altri, specialmente quando abbiamo già dato ampie prove di non saperlo fare. Una aggregazione di più partiti di sinistra è del tutto fallimentare, che la si chiami Syriza oppure “maccheroni al sugo” non importa, essa reca già con sé il virus e il difetto di origine che non può che portarla ad ammalarsi e a morire: “la sinistra” Lo abbiamo visto con la lista “Arcobaleno”, lo abbiamo riscontrato con Sinistra e Libertà, lo abbiamo recentemente osservato con “Rivoluzione civile” e continueremo a farlo con tutte queste toppe messe su un vestito nuovo, tutto questo vino nuovo messo in vecchi otri, alquanto sfondati.
Per costruire una seria alternativa al blocco di potere bipolare che oggi tiene l’Italia sotto una cappa di piombo più pesante di quella degli stessi anni storici “di piombo” e che potrebbe improvvisamente sviluppare una ferocia repressiva, finora messa in atto solo in situazioni sporadiche come a Genova o contro singole persone e gruppi, è necessario costruire un blocco sociale interclassista che coinvolga tutti coloro che sono seriamente minacciati dalla crisi, includendo persino quelli che potrebbero essere utilizzati per una repressione su vasta scala.
Per questo il Socialismo che in Italia deve essere destinato a contrastare la barbarie nullificante del capitalismo cainamente speculatore deve essere costruito pazientemente, in primis, su base nazionale, ecologica e patriottica, e coinvolgere conseguentemente tutti coloro che, su tale base, sono pronti ad agire mobilitandosi a tutti i livelli, a partire non solo dalle piazze, ma anche dai loro posti di lavoro, dai presidi dei territori minacciati dalla devastazione ambientale e delle fabbriche dismesse ed occupate, e anche da quelle rimesse in moto con nuovi sistemi autogestiti e cooperativistici
Il Socialismo ecologico e patriottico che può rivoluzionare questo paese non deve essere basato su assetti corporativi, ma organizzato in maniera cooperativistica e fondato sulla autogestione delle risorse produttive. Già molti esempi virtuosi di questo tipo sono sorti e stanno nascendo, persino nel mondo anglosassone, mentre qui si stanno affacciando prepotentemente, non lasciamoli cadere nel nulla.
Questo modello di Socialismo, evidentemente, non può restare avulso dalle realtà socialmente innovative e rivoluzionarie che sono in atto nel mondo, dal Sudamerica all’Europa, e anche in altri paesi del mondo. Si può e si deve costruire una rete di rapporti solidali ed internazionalisti tra forze già in lotta su base nazionale, per costruire Stati più forti, in grado di resistere meglio e di respingere le politiche speculative messe in atto su vasta scala.
Se in Germania vincerà di nuovo la Merkel, e proseguirà con essa la politica del rigore che sta massacrando i popoli, specialmente dell’Europa meridionale, non un singolo Stato dovrà reagire, ma tutta un’area nevralgica dovrà mostrare una adeguata capacità di coordinarsi e combattere le politiche assassine che le vengono imposte.
Non è dunque teorizzabile e tanto meno ipotizzabile una uscita da parte di un singolo Stato europeo dall’euro, perché, in tal modo esso scapperebbe da una servitù: quella verso la Germania, per andare incontro ad un’altra. Verso quella del dollaro e degli USA, e probabilmente proprio a questo mira il paese che ha maggiori  interessi imperialistici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Si dovrà piuttosto costruire, anche rimettendo seriamente in discussione quegli accordi economici che hanno procurato a molti popoli solo povertà, disoccupazione e rovina economica, una nuova sinergia monetaria ed economica e sociale tra paesi mediterranei, non solo della sponda nord, ma anche di quella sud di questo mare, da sempre strategicamente cruciale per gli equilibri mondiali.
Il ruolo dell’associazionismo socialista o comunista deve essere oggi quello di costruire un soggetto politico svincolato completamente dall’orbita più o meno instabile di un PD abbarbicato strettamente ad un PdL che è in declino inarrestabile, perché tenuto in piedi ed insieme solo da un leader ormai fortemente compromesso nella sua credibilità.
Sono forze politiche arroccate tra di loro in un abbraccio mortale, proprio perché in regresso, che, anche quando cantano vittoria, come nelle recenti elezioni amministrative, perdono la metà dei consensi, ignorando del tutto l’astensionismo.
La realtà del panorama politico italiano oramai ci dimostra che dal nulla può emergere qualcosa che può strutturarsi velocemente come forza politica, e questo proprio grazie alle nuove possibilità di comunicazione, così come tale soggetto può sprofondare di nuovo nel nulla. E’ accaduto con la Lega Nord, con L’Italia dei Valori, potrà accadere con Grillo e persino con il PD o con il PdL che sono e restano espressione di movimenti peculiari di realtà singole, non progetti e partiti di grande respiro europeo o globale. Essi sono piccoli o medi contenitori di interessi comuni, non grandi forze propulsive su scala continentale, agganciate a movimenti della società civile e del tessuto sociale di vari paesi, come in America Latina.
Questo progetto di rinnovamento radicale ha però un grosso ostacolo lungo il suo straordinario ma pur difficile cammino, rappresentato dai capi, capetti e capettini che tuttora fanno la guardia al “bidone” della destra e della sinistra, che hanno fatto carriere e sono ben “mantenuti” per rendere impossibile ogni autentico rinnovamento, in quanto il loro principale obiettivo è rendere ogni movimento o associazione nascente compatibile con il “divide et impera” che è alla base della fittizia strutturazione tra destra e sinistra di un sistema che usa questa dialettica per sopravvivere.
Questi vassalli, valvassori e valvassini della politica “imperiale”, espressione di un totalitarismo gerontocratico (facendo però più riferimento all’età politica che a quella anagrafica) che nel nostro paese tocca ormai i massimi vertici delle istituzioni, sono sparsi a destra e a sinistra, il loro compito è quello di sorvegliare e incanalare, la loro missione è quella di disunire, di restare alfieri inamovibili di una polverizzazione dell’antagonismo sociale e politico, affinché esso non trovi mai una via efficace di sbocco. Oppure son specialisti nel fare, come nel caso di Grillo, la guardia al cancello d’entrata nella stanza dei bottoni, impedendo da una parte che la protesta si incammini verso vie più efficaci e concrete, e dall’altra che “tutto cambi affinché nulla, sostanzialmente, vi sia di diverso” E se qualcuno non è d’accordo, che gli si sbatta pure il cancello in faccia.
E’ quindi necessario per costruire qualcosa di seriamente credibile e concreto, spazzare via tutta questa nomenklatura di vecchie ciabatte e ciabattini della politica di infimo cabotaggio.
Non è una questione di età anagrafica ma di ruoli, si può infatti essere anziani ma del tutto estranei a tale logica, così come giovanissimi e già con la vocazione del chirichetto politico. E soprattutto si deve diffidare enormemente di chi, tra costoro, ti dice che non sei adatto al lavoro di gruppo, il “suo gruppo”.
Non si può, in definitiva, pretendere di costruire un nuovo movimento o un nuovo e più credibile soggetto politico, consentendo doppie adesioni, tenendo i piedi in realtà sciancatamente sparse. Questa non può che essere l’ennesima falsificazione del perdurante vassallaggio politico e direi anche esistenziale.
Un tempo la Rivoluzione d’Ottobre si prefisse il compito di dare l’assalto al cielo, e si illuse di esserci riuscita, finché il cielo di Berlino le crollò addosso seppellendo con le macerie del suo muro anche un mondo intero.
Questo accadde perché quella rivoluzione aveva rinnegato i principi dell’altra che l’aveva ispirata: la Comune di Parigi: Socialismo Comunitario ed Autogestione, quelli che avrebbero dovuto animare i Soviet, ma che finirono nei Gulag.
Oggi non si tratta più di dare più l’assalto al cielo, ma anche e soprattutto di lottare per la Terra, per liberarla da un mostro alieno capitalista che le sta succhiando persino la sua linfa vitale, desertificando al tempo stesso le culture autoctone e la biodiversità, per far trionfare un dio mercato che può ridurre un intero pianeta ad un deserto disabitato.
Questa nuova epica missione attende i compagni cavalieri del Socialismo contro la barbarie: liberare la Terra dall’oppressione, liberarla dalla destra e dalla sinistra… del nulla.

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