Lo scetticismo non è Ross@

di  Alessandro Avvisato

Lo scetticismo è il sale della ragione ma applicato alla politica spesso diventa un’arma rivolta contro se stessi. E’ un invito allo scoraggiamento contro la partecipazione.

E’ sorprendente e un po’ esasperante rilevare come un perno della filosofia come lo scetticismo – l’esercizio del dubbio come fattore costitutivo della ragione – possa trasformarsi nel suo contrario. Sollevare dubbi è un bene, farne una filosofia politica è, invece, una dannazione.

Ciò che sorprende in alcune reazioni nella discussione intorno al percorso politico avviato sabato a Bologna con l’avvio di Ross@ (Resistenza, Organizzazione, Solidarietà, Socialismo, Anticapitalismo……) è per un verso l’uso dello scetticismo a mò di meccanismo auto-protettivo ed escludente, per l’altro è la pervicace capacità di trascendere completamente dalle cose scritte e da quelle dette per interpretare motu proprio quello che non c’è scritto e quello che non è stato detto. Ma se il secondo può essere la manifestazione un po’ tradizionale di una divergenza politica sul percorso indicato da Ross@, lo scetticismo, è invece un atteggiamento da battere all’interno delle nostre file e del nostro blocco sociale di riferimento.

A nessuno dovrebbe sfuggire che lo scetticismo è un atteggiamento che viene incentivato sistematicamente dagli apparati ideologici delle classi dominanti, anzi viene promosso come un indicatore di maturità. Il richiamo ai filosofi scettici decora e completa una operazione ideologica della classe dominante tesa a rendere credibile e inamovibile solo il suo sistema economico-sociale, politico, ideologico e i rapporti sociali (di subalternità di molti verso pochi) che è nella natura e nella regola costitutiva del capitalismo.

Tutto il resto, tutte le ideologie e i processi politici che ambiscono a rovesciare questa sorta di “destino manifesto” dell’umanità, vengono combattuti con la repressione e depotenziati sul piano ideologico, rendendole vane, non credibili, irrealizzabili o repellenti per la maggioranza di coloro che avrebbero tutto l’interesse a liberarsi dal dominio capitalista.

Rendere scettici gli oppressi sulle possibilità del cambiamento è parte della fondamentale vittoria strategica del capitale sul lavoro. Alimentare lo scetticismo tra coloro che per coscienza di sé dovrebbero e potrebbero ingaggiare questa sfida diventa così decisivo per seminare… dubbi, rinunce, inerzia.

Per onestà occorre ammettere che il lavoro sporco non lo fanno solo gli apparati ideologici della borghesia. Un contributo non irrilevante lo hanno dato anche i partiti della sinistra che negli ultimi venti anni sono riusciti a dilapidare un patrimonio storico, umano e politico, portando milioni di compagne e compagni a infrangersi sugli scogli del politicismo e della incoerenza. Ragionare sulle sconfitte mentre tutti coloro che dispongono di vie di fuga si accomodavano serenamente negli interstizi o nei salotti predisposti dalla classe dominante, è diventato doloroso e devastante per migliaia di militanti e attivisti.

Abbiamo assistito ad un “goccia dopo goccia”, anno dopo anno, elezioni dopo elezioni, rospi ingoiati, menopeggismo diffuso a piene mani, liquidazione di memoria storica e identità, annebbiamento della funzione delle avanguardie e della militanza, che ha demoralizzato due generazioni e ipotecato il futuro di quelle nuove lasciandogli a disposizione solo macerie o opportunismo sulle quali crescere e formarsi politicamente.

Destrutturare le generazioni ancora attive e depotenziare quelle emergenti, consente di far sì che in Italia – nonostante una condizione sociale drammatica e in via di incarognimento – si stenti a ritrovare una soggettività politica o pezzi di “classe di per sè” disposti a ingaggiare la sfida storica tra interessi di classe antagonisti dentro la crisi sistemica in corso.

Se questo è vero, lo scetticismo diffuso tra tanti militanti o ex militanti della sinistra e dei movimenti rischia di diventare una prigione ideologica e psicologica della quale il padrone può addirittura consegnare le chiavi al prigioniero.

Il tentativo messo in campo con Ross@ si appresta a fare i conti anche con tutto questo. La cosa che colpiva nell’assemblea di Bologna era proprio l’assenza di retorica e la cautela degli interventi. Non si può sostituire con le coreografie, le icone e gli slogan un buco che ha scavato così a fondo nell’atteggiamento di tante compagne e compagni.

A Bologna si è parlato di discontinuità, rottura e coerenza come condizioni preliminari per ricostruire un minimo di militanza attiva e l’organizzazione/ricomposizione dei settori popolari colpiti e disgregati dalla crisi. Guardare a questo tentativo solo con lo specchio del scetticismo può rivelarsi un atteggiamento negativo e un po’ autoconsolatorio. Diverso è segnalare invece divergenze politiche esplicite. In questo caso definirsi può diventare utile per unirsi in futuro e da questo punto di vista Ross@ ha già esplicitato le sue nei confronti di una sinistra subalterna e un movimentismo che si rifiuta di diventare movimento di classe. E’ cominciata una sfida, anche a noi stessi.

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