I comunisti e Ross@

di Giovanni Di Fronzo

A proposito della nascita di Ross@, sono state per lo più scettiche le reazioni venute dalle componenti comuniste, se si eccettua la Rete dei Comunisti; ci si riferisce qui a quelle che si rifanno più o meno organicamente alla tradizione e al pensiero leninista, poiché altre componenti provenienti da diverse tradizioni hanno aderito con entusiasmo.

Girando fra i siti e i social-network (oramai utilizzati largamente, ma comunque di dubbia utilità per i dibattiti politici approfonditi) si leggono prese di posizione iper-critiche, ma quasi tutte, a mio parere, partono da presupposti errati riguardo lo scopo del progetto e non centrano i punti qualificanti della proposta politica. Un atteggiamento tipico è quello di prendere il testo dell’appello di convocazione dell’assemblea di Bologna o il documento finale della stessa e paragonarlo con i testi dei classici; se ne conclude facilmente che il progetto non è fautore di un punto di vista marxista, che non propone che si plasmi l’organizzazione di classe o un partito comunista, per cui si tratta per forza della solita accozzaglia di personale politico che si unisce senza avere un programma, senza avere una prospettiva, senza avere una teoria, in maniera del tutto astratta o addirittura per guadagnarsi uno spazio per prendere “poltrone” (questi sono i sempiterni teorizzatori della cattiva fede e fautori, secondo loro, del purismo rivoluzionario). Altro atteggiamento in voga è quello di nutrire una diffidenza preventiva nei confronti di taluni personaggi di lungo corso che hanno aderito all’appello. Non manca chi estrapola frasi dallo stesso per riaffermare, nel criticarle, una serie di considerazioni identitarie che hanno come oggetto il socialismo del XX e del XXI secolo o altri argomenti; bisogna dire che quest’ultimo atteggiamento è particolarmente infantile.

Nessuno di tali atteggiamenti, come detto, coglie il nodo politico di fondo che ha mosso gli animatori del progetto politico, ovvero la necessità di dare una rappresentanza politica del blocco sociale di riferimento, nello stato ideologico e materiale in cui si trova ora, senza scambiare i sogni con la realtà; rappresentanza politica che, non lo si ripeterà mai abbastanza, non vuol dire rappresentanza elettorale (o non solo quello), ma vuol dire indicare ipotesi organizzative e programmatiche e ridare identità; nel passato, infatti, ciò che ha dato coscienza di sé alla classe è stato tutto un tessuto sociale, organizzativo e politico-ideologico fatto di sezioni di partito, di case del popolo, esperienze sindacali, rivendicazioni in tema di diritti collettivi ed economici, ecc.; esso è venuto progressivamente meno negli ultimi 30 anni, lasciando il posto al politicismo esasperato della “sinistra storica” in tutte le sue forme e della “nuova sinistra”, alla risacca delle varie organizzazioni della “sinistra rivoluzionaria” attive negli anni ’70, nonché alla destrutturazione del blocco sociale sotto tutti i punti di vista. Naturalmente, ciò è stato il risultato della mancata reazione alla ristrutturazione capitalistica ed al cambiamento della configurazione di classe nel nostro paese, oltre che della crisi e caduta del blocco socialista; ma su questo non è il caso di soffermarsi in questa sede.

Se quanto detto è vero, attualmente, le componenti comuniste sono autonomamente in grado di ricostruire da sole la rappresentanza politica del blocco sociale nei termini sopra descritti, ricollocandoli nel contesto attuale molto diverso in termini di clima culturale, sociologico, antropologico, di sviluppo tecnologico, di contesto geopolitico, di configurazione di classe, di scenario politico e quant’altro? Francamente, la risposta che viene da dare a chi scrive è no, le componenti comunista non sono in grado autonomamente di assumersi questo difficile compito. Inoltre, è innegabile che, nel corso di questi anni di progressiva destrutturazione ideologica, sono nate componenti non comuniste le quali hanno operato nella società come soggetto di cambiamento, con prospettive a volte persino rivoluzionarie: si pensi, ad esempio, ai movimenti che hanno avuto il loro apogeo all’inizio degli anni 2000, in coincidenza col cosiddetto “movimento no global” (a dispetto delle tendenze marcatamente opportuniste delle burocrazie di tali movimenti) o agli attuali movimenti “No Muos” e “No TAV”; essi non sono diretti dai comunisti, ma sicuramente si configurano come delle “case matte” da conquistare e dalle quali farsi attraversare e imparare. La resistenza “No Tav” ad esempio, ricordata diverse volte nell’assemblea di Bologna, è un esempio positivo di rappresentanza politica e organizzazione: si decide in assemblea collettivamente tutto ciò che si deve fare, sia dentro che fuori i confini della legalità, si aiutano i militanti che hanno problemi giudiziari, si vive una diffusa dimensione collettiva (“si serve il popolo”, si sarebbe detto in un’altra epoca e in un altro luogo) e, per tale via, si allude, dal punto di vista ideologico, ad un diverso modello di sviluppo politico, sociale, ambientale e culturale possibile e necessario; insomma, si percorre una via diversa da quella corporativa ed economicistica su cui s’incamminano la maggior parte delle lotte. Naturalmente, la singolarità dell’obiettivo che ci si pone, vale a dire impedire la costruzione della linea ad alta velocità e la limitatezza territoriale che riguarda la protesta, hanno semplificato di molto la costruzione di quella soggettività politica (che comunque è avvenuta nel corso di molti anni di lotta aspra) e fanno sì che in essa possano convivere , con relativa stabilità, ex-sindacalisti democristiani, eredi dell’autonomia degli anni ’70, esponenti del Movimento a 5 Stelle e persino esponenti e amministratori locali con in tasca la tessera del PD. Su scala nazionale, ciò sarebbe impossibile e assolutamente da evitare.

Questo excursus è utile a dire che i comunisti che vivono con i piedi piantati nel paese e nei conflitti che lo attraversano e non rinchiusi in un’ortodossia ideologica devono porsi in maniera ampia il problema della rappresentanza politica e della loro non auto-sufficienza; pertanto, devono subentrare, al di là dell’ideologia, considerazioni di ordine tattico e bisogna imparare dall’esperienza presente e passata. Per altro, come si sa, non sarebbe la prima volta nella storia che i comunisti si uniscono, in contesti e forme molto diversi fra loro, con altre componenti, con le quali fino al giorno prima ci si era scontrati. Non è mai pleonastico ricapitolare per sommi capi.

Nel 1921, la Terza internazionale elaborò le tesi del “Fronte Unico”, le quali, in risposta alle ripetute sconfitte (allora, tuttavia, non ancora considerate definitive) delle rivoluzioni in Europa Occidentali e alla tensione unitaria proveniente dai lavoratori, prescrivevano ai comunisti alleanze a vario titolo, a volte anche in condizione minoritaria, con i partiti della Seconda Internazionale, che fino a pochi anni prima seguivano le rispettive borghesie nell’avventura bellica. Negli anni ’30 lo stesso Komintern elabora i Fronti Popolari, ovvero un’alleanza organica all’interno delle democrazie liberali, con gli stessi partiti della Seconda Internazionale, con la logica di frenare l’avanzata nazi-fascista e far fronte al tentativo delle borghesie dei principali paesi occidentali “democratici” di indirizzare l’imperialismo nazista contro l’URSS; nel dopoguerra, in alcuni paesi dell’est si verificò persino la fusione fra i partiti della Seconda e della terza internazionale. Più recenti sono i fronti anti-coloniali nei paesi del terzo mondo, comprendenti anche le borghesie nazionali e attuali sono le alleanze nei paesi latino-americani dell’ALBA o progressisti, in cui i comunisti partecipano come componenti minoritarie ma autonome per orientare i processi alla radicalizzazione e frenarne l’eclettismo e i titubamenti. Attuali sono anche soggetti politici europei eterogenei come Syriza. Tutte queste esperienze, diversissime fra di loro, sono sempre state profondamente problematiche ed hanno portato ad esiti alterni e anche a qualche tradimento, tuttavia esse erano, in generale, necessarie nella loro fase storica.

Ebbene, di fronte a scelte difficili e drammatiche come quelle appena enunciate, fa specie che si facciano considerazioni esclusivamente di ordine ideologico o si abbia paura della minuta e neonata esperienza di ross@ solo per via dell’appello iniziale del background politico e ideologico di alcuni aderenti; ciò può essere interpretato anche come debolezza ideologica, più che come forza poiché chi è convinto e forte della sua identità non certo può temere in alcun modo di stringere alleanze con chi aderisce a ross@,! Ciò non vuol dire negarne la natura problematica e sperimentale. Infatti, c’è molto da fare per eliminare il vizio infantile dell’ostentato politicismo che segna il testo dell’appello e molte delle considerazioni venute fuori a Bologna; ci sarà molto da fare per rendere il tutto fruibile alle avanguardie di classe e ai militanti di base, cosa che non è ora. Tuttavia, non dovrebbe essere problematico provare ad unirsi su una serie ben determinata di obiettivi comuni nodali nell’attuale fase storica e nelle contraddizioni che essa squaderna davanti ai nostri occhi, come la rottura dell’UE, le nazionalizzazioni, il ritiro delle missioni di guerra, il ripristino e incremento welfare e quant’altro (importante lacuna è la mancanza dell’antimperialismo); è responsabilità di tutti produrre uno sforzo per porre un freno al frammentismo della sinistra di classe che viviamo. Non a caso, anche un recente rapporto dei Servizi Segreti evidenzia preoccupazione per la capacità di tali saldature nella diversità che hanno saputo mettere in campo percorsi come il Comitato No Debito; ciò da un lato è preoccupante perché evidenzia la capacità, da parte di questi apparati, di saper penetrare nelle piaghe del conflitto sociale, fare le opportune considerazioni politiche e, quindi, anche colpire chirurgicamente, dall’altro ci induce a proseguire poiché siamo sulla strada giusta. Per il resto, l’esito del cammino si definisce non solo in base al testo dell’appello iniziale o agli aderenti iniziali, che pure sono importanti, ma soprattutto nel suo svolgersi, per cui conterà ciò che faranno le varie soggettività aderenti nella società. Nella fase embrionale, come quella attuale, l’importante è tenere ferme alcune discriminanti di fondo, la più importante delle quali l’alternatività al centrosinistra italiano in tutte le sue forme (ecumenica, locale, nazionale, parziale, arancione, ecc.), e la non accettazione delle “larghe intese sindacali” (su quest’ultimo piano, problematica resta la collocazione sindacale di alcuni aderenti, sulla quale, comunque, anche tenendo a mente quanto diceva Lenin, non bisogna essere precipitosi nel proporre soluzioni drastiche). In particolare, sul punto del rapporto con il centrosinistra, bisogna lavorare subito in maniera attiva affinché si sciolgano le ambiguità che ci sono fra le adesioni, fra le quali risultano anche consiglieri di maggioranza “arancione”. Altro punto che giustamente riscuote dibattito è l’assunzione della prospettiva del “Socialismo del XXI secolo”, sull’esempio delle elaborazioni esplicite che vi sono, in tema, in America Latina; naturalmente, il socialismo integralmente edificato è uno, non può differenziarsi da un secolo all’altro o da un luogo all’altro, tuttavia il cammino per arrivarci oggettivamente si scontra con problematiche differenti ed esige vie differenti; il dibattito deve rimanere aperto, ma sicuramente i processi rivoluzionari in corso in America costituiscono degli esempi con i quali non ci si può non confrontare, avanzando remore ideologiche, e dai quali non si può non imparare per ricollocare le nostre pratiche e ravvivare la “cassetta degli attrezzi”. Su questo credo non ci sia nemmeno da discutere.

Veniamo, ora, alla forma organizzativa di “una testa, un voto”, anch’essa frutto di mille, comprensibili sospetti perché il rischio di cadere nell’assemblearismo da un lato, o nella dinamica dell’intergruppo da un altro è sempre alto, e anche perché i precedenti non aiutano di certo; essa, tuttavia, è utile affinché tutti gli aderenti si prendano le loro responsabilità, senza poter accampare l’alibi degli scantonamenti o dei travagli interni alle organizzazione di provenienza; si tratta, poi, di vedere, come declinarla concretamente e come darle reale spessore organizzativo sedimentato. Tuttavia, una tale modalità non pregiudica l’esistenza delle organizzazioni di provenienza degli aderenti e, quindi, l’autonomia dei comunisti, i quali, anzi, procedendo in maniera univoca e disciplinata, possono utilizzarla per accrescere il loro ruolo all’interno del processo politico facendo leva sulla loro superiore visione strategica e solidità organizzativa. Inoltre, si da anche l’occasione per imparare quanto di positivo c’è nelle altre culture politiche presenti, senza rinunciare (anzi, rafforzando) alla lotta ideologica contro ciò che c’è di negativo in esse; anche secondo l’insegnamento di Lenin, infatti, un’alleanza non esclude la lotta ideologica.

In conclusione, la sfida è impervia e piena di insidie sia interne che esterne, ma la storia del conflitto di classe nel nostro paese impone che le si dia una spinta e la si tiri fuori dalle secche in cui, a dispetto della realtà che corre, da troppo tempo è immersa. I comunisti non possono sottrarsi alla sfida e devono trovare forme e modi di affrontarla; pertanto, in generale, anche chi non aderisce all’appello non può sottrarsi alla responsabilità di affrontare il tema della rappresentanza e dell’organizzazione del blocco sociale di riferimento, pena il relegarsi alla testimonianza, all’avanguardismo autoeletto o all’inerzia, magari con la scusa che si sta lavorando a lungo termine.

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