Verso la ri-nascita della classe

di Giacomo Casarino

Perché, almeno in Italia, l’unica lotta di classe condotta su scala generale è quella condotta da Confindustria. Solo “tradimento” dei partiti e dei sindacati? O, e soprattutto, un annullamento, storicamente prodottosi, della “coscienza in sè”  della classe – frutto del combinato disposto della frantumazione del lavoro (di contro alla precedente massificazione e socializzazione fordista) – e dell’individualismo diffuso lungo il ventennio berlusconiano, che forse ci differenzia dalla Francia e da altri Paesi? Individualismo che è valso a produrre ai vari livelli una riclassificazione del rapporto individuo-società, ideologia (falsa coscienza) di massa – soggettività. Questa metamorfosi, l’egemonia anti-egualitaria che ne è risultata  ha fatto prevalere, anche a livello operaio, in presenza della globalizzazione,  l’elemento della competitività/concorrenzialità su quello della solidarietà e della coscienza di classe: da qui l’isolamento, la “solitudine” delle lotte, da qui, talora,  anche l'”estremizzazione” disperante di alcune forme di lotta. La ri-nascita della classe in questa situazione epocale, non può che realizzarsi, questo è chiaro, se non su un versante esplicitamente anticapitalistico. Ma come? Io penso attraverso l’intreccio e la dialettica tra impulsi “dall’alto” (anche apporti teorici, di cui non possiamo fare a meno) e iniziative dal basso,  attraverso l’integrazione dei saperi con le pratiche più avanzate. Attraverso “laboratori”, se mi è consentito usare questa espressione, che si connettano tra di loro, che abbiano una capacità espansiva e propulsiva, ciò che, ad esempio, è mancato all’esperienza di Castellanza negli anni ’70 (che peraltro non si poneva il problema di un’alternativa di partito). La questione “partito”, che io intendo come strumento, come funzione “interna” a questo movimento, è tutto da indagare  quanto alla sua forma (e forse anche alla sua necessità storica). L’elemento che problematizza e aggrava vieppiù il tema “partito” è, per così dire, l’inversione, il rovesciamento del “caso italiano”, dalla politicità diffusa degli anni ’60-’70 al deserto culturale ed alle macerie lasciate sul campo dalla mancata rifondazione e dalle relative macerie.

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