Evitiamo la coazione a ripetere

di Michele Franco

Stanno crescendo le adesioni all’Appello per la costruzione di un Movimento Anticapitalista che vedrà un primo momento di discussione pubblico il prossimo sabato 11 maggio a Bologna.

Finalmente si apre la possibilità di avviare un dibattito tra compagni, nei movimenti di lotta e nella società attorno ad alcuni snodi politici che alludono, concretamente, alla costruzione di una soglia politico/sociale in grado di sostanziare una rappresentanza politica a tutto campo degli interessi dei lavoratori e dei settori popolari nel nostro paese. Il permanere dell’incidere della crisi capitalistica, i diktat dell’Unione Europea, il nuovo corso del governissimo di Enrico Letta, la ritrovata unità sindacale tra Bonanni, Angeletti, Camusso e Landini e i disgreganti effetti che queste dinamiche stanno provocando tra i lavoratori e nell’insieme di quello che, comunemente, potremmo definire il nostro blocco sociale di riferimento ci spingono ad intraprendere un nuovo ed inedito cammino che vogliamo delineare in connessione con le diversificate modalità con cui si palesano le forme del conflitto sociale.

Rompere con le ambiguità e il politicismo: riaffermare l’autonomia e l’indipendenza.

L’appuntamento di Bologna deve delineare, possibilmente, un segnale contro tendenziale nei confronti della vera e propria diaspora che si sta squadernando ai nostri occhi dopo l’innumerevole serie di disastri politici ad opera di una sinistra (che anche nelle sue versioni cosiddette radicali) ha depotenziato e smarrito, da lungo tempo, ogni anelito politico ed organizzativo di trasformazione sociale e di mutamento dello stato di cose presenti.

Una diaspora che, purtroppo, sta suscitando smarrimento ideale e disorientamento politico e culturale tra decine di migliaia di compagni ed attivisti i quali devono ritrovare nuove motivazioni per riqualificare il loro agire politico complessivo adeguandolo alle sfide che la situazione, in Italia e nell’intero spazio europeo, impone a tutti noi.

Occorre, però, evitare qualsiasi coazione a ripetere che, inconsapevolmente, potrà rieditarsi se – a partire dai compagni promotori della Dichiarazione – non si produrrà una cesura vera con le inveterate pratiche politiciste le quali, negli anni che stanno alle nostre spalle, sono state un vero e proprio fattore di inquinamento e di opacizzazione delle ragioni programmatiche e dell’autorevolezza del nostro discorso pubblico.

A tale proposito non serve declamare, in astratto, l’autonomia se, poi, questa idea/forza non viene declinata, articolata e generalizzata nella pratica politica e nella costruzione delle iniziative di mobilitazione e di lotta lungo tutto l’arco delle contraddizioni sociali.

Autonomia ed indipendenza non sono un feticcio formalistico – un icona inoffensiva da mettere all’occhiello – ma devono significare la presa di distanza politica ed organizzativa da ogni tentazione di rieditare impossibili relazioni con il Partito Democratico sia sul versante politico e sia su quello istituzionale.

Ma, soprattutto, autonomia ed indipendenza avranno un senso vero ed una loro visibilità reale se, questi concetti, saranno la cornice politica dentro cui ascrivere il rifiuto organizzato di ogni subordinazione alle compatibilità del mercato, dei tetti di spesa, dei patti di bilancio che stanno soffocando le nostre condizioni di vita e di lavoro.

Da questo punto di vista i prossimi passaggi politici, a partire dal prioritario tema della costruzione dell’opposizione di piazza al governo Letta e alle politiche dell’Unione Europea, saranno le verifiche concrete per il progetto che vogliamo proporre e costruire unitariamente.

Un impegno che dovrà sostanziarsi su vari piani tra cui, quello fondamentale, del radicamento territoriale e della costruzione del coinvolgimento organizzato di tutti gli aderenti all’Appello anche ai fini di delineare una rete militante e di massa in grado di far lievitare, in forma espansiva, le potenzialità e le capacità attrattive di questa proposta di lotta e di organizzazione.

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