Il mandante del disastro sociale

di Fabrizio Burattini

Le condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari del nostro paese sono sotto gli occhi di tutti. Dopo oltre venti anni di strangolamento dei salari, il potere d’acquisto delle famiglie non riesce più a coprire neanche i consumi essenziali. Si riduce il numero dei giovani che si iscrivono alle università, calano i consumi alimentari, scendono le spese per le cure mediche. Tutte conseguenze di redditi in discesa, sempre più in direzione di una povertà generalizzata.
I livelli occupazionali scendono drasticamente e numerose famiglie basano la propria sopravvivenza su ammortizzatori sociali sempre più insufficienti. Lo stato sociale si sgretola, pensioni, sanità, scuola pubblica: i pilastri principali del compromesso sociale su cui si basava il cosiddetto “modello europeo” vanno in rovina.
I diritti nei posti di lavoro e nella società vengono deliberatamente abrogati, come fossero frutti avvelenati di cui sbarazzarsi al più presto.
Questa realtà sociale è talmente clamorosa e stride così tanto nel contrasto con quelli che ancoera sono i modelli culturali sedimentati nella società che perfino i mass media mainstream sono costretti a dare voce alla sofferenza diffusa che pervade le nostre città.
Ma nella individuazione delle cause del disastro in corso e della catastrofe che si preannuncia (di fronte a una crisi che si approfondisce e a una risposta politica che insiste sulle soluzioni più sbagliate) i mass media e lo stesso dibattito politico brancolano.
A volte per indicare le cause si fanno analisi del tutto fuorvianti, come quando si sostiene che nel passato si è preteso troppo (quanto a incrementi salariali, conquiste sociali, diritti…). In poche parole avremmo voluto volare troppo in alto e, come Icaro, siamo ora in caduta libera.
Ma chi sostiene tesi simili spesso mente sapendo di mentire.
Più interessante è vedere quello che viene detto da coloro che onestamente cercano di individuare le responsabilità vere. E spesso allora si indicano fattori reali, come l’indebitamento stimolato e incoraggiato nei decenni scorsi per le istituzioni pubbliche e per le stesse famiglie private (in Italia soprattutto nell’acquisto di case contraendo mutui presso le banche), oppure lo straordinario rigonfiarsi dell’economia cartacea a discapito di quella cosiddetta “reale”, o la crisi, come essa fosse un’entità capace di vita propria, frutto di politiche dissennate. A volte si indicano responsabilità “umane”, soggetti in carne ed ossa, come la “casta” dei politici, che con la sua corruttela e l’abbandono della politica come attività di servizio per il “bene comune” avrebbe dato il via al declino economico e sociale. Oppure un’altra casta, quella dei manager, con i loro straordinari guadagni nonostante una gestione perdente delle proprie imprese. O quella dei bancari, arricchitisi a suon di titoli tossici.
Individuare costoro come i responsabili del disastro ci avvicina alla soluzione come quando in un’indagine su un assassinio l’individuazione dei sicari può darci indizi per trovare il vero mandante.
Sì perché il vero responsabile del disastro sociale che viviamo e vivremo ha un nome e un volto ed è quello del capitalismo, cioè del modello produttivo, economico e sociale, basato sulla ricerca del massimo profitto.
Il problema è che nella politica (e, ancor più, negli organi di informazione e di gestione dell’opinione pubblica) nessuno si fa carico di indicare questo vero colpevole, responsabile peraltro (se volessimo allargare il discorso) non solo del dissesto sociale, ma anche di quelli ambientale, alimentare, culturale…
La rimozione delle responsabilità del capitalismo non è cosa recente, semplicemente legata alla estromissione della cosiddetta “sinistra radicale” dalle istituzioni parlamentari oltre che dai principali mass media.
Per non andare troppo indietro negli anni, già nei “gloriosi anni” sessanta del secolo scorso la Cgil, con l’alibi del raggiungimento dei “risultati” e della “concretezza” delle analisi e dei progetti proclamava che l’azione sindacale doveva essere neutrale rispetto al sistema economico capitalistico, non doveva proporsi cioè il suo superamento, precedendo per più di venti anni quella che sarebbe stata la “trasformazione genetica” del PCI.
Con il risultato dell’approdo alla politica delle cosiddette “compatibilità”, alla autolimitazione delle rivendicazioni a tutto quanto sarebbe stato compatibile, accettabile per il sistema, fino ad arrivare oggi all’accettazione di una situazione complessiva inaccettabile e incompatibile con il mantenimento di livelli dignitosi di vita per lavoratrici e lavoratori.
Ecco perché oggi la costruzione di una soggettività politica esplicitamente anticapitalista rappresenta un obiettivo assieme ambizioso e indispensabile. Ambizioso perché completamente controcorrente rispetto non solo alle ideologie padronali dominanti, ma perfino rispetto al diffuso sentire comune che il movimento di Beppe Grillo pretende di incanalare in un progetto aclassista.
Indispensabile perché è solo nell’anticapitalismo che può essere trovata la soluzione al disastro.
L’incontro di sabato 11 a Bologna, dunque, costituisce un appuntamento prezioso, in qualche modo, almeno per me, una tappa obbligata nella ricerca di questa soggettività.
Certo, dirsi anticapitaliste e anticapitalisti consente solo di poter affermare di aver individuato le radici del problema. Poi c’è tutto il tema di quale sia il tipo di società da costruire in alternativa al capitalismo. Ma questo è ancora un altro problema, ma parlarne senza aver avviato la costruzione di quel soggetto rischia di essere un’esercitazione sterile.

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