No all’Europa reale

di Giorgio Cremaschi

Se qualcuno davvero aveva creduto che il nuovo governo si distaccasse di qualche centimetro dal percorso segnato dal governo Monti, ora dovrebbe ammettere di essersi sbagliato.
Il patetico viaggio in Europa di Enrico Letta ha dimostrato che non c’è trippa per gatti. Chi è che diceva che dobbiamo rinegoziare? Cosa poi? Quante inutili chiacchiere.
Noi non abbiamo goduto neppure del parziale indulto della pena concesso a Francia e Olanda. Se rispettiamo quel rigore che ha prodotto in Italia la più grave depressione dagli anni trenta del secolo scorso, ci tolgono dalla procedura d’infrazione, cioè ci lasciano esattamente come siamo ora. E poi basta, per il resto dobbiamo fare le “riforme”.Così la crisi diventa eterna. Viene smentita ufficialmente la precedente disonesta previsione di governo e Banca d’Italia, che vedeva la luce della ripresa in fondo al tunnel del 2013. Se ne riparla alla fine dell’anno prossimo. Secondo Prometeia nel 2020 saremo ancora dentro la crisi. I disoccupati ufficiali saliranno ancora fino al 2014, dopo non si sa. Insomma il disastro sociale che è avvenuto in Grecia, Spagna e Portogallo, è alla fine giunto anche da noi.
La ragione di fondo è molto semplice, l’Europa non è la soluzione, ma il problema.
Le attuali istituzioni europee sono organizzate e programmate per una politica economica di rigore liberista. Non possono e non sanno fare altro che ciò che stanno facendo, cioè la distruzione dell’Europa sociale. Chi va in Europa o in Germania per rinegoziare l’austerità, se onesto, ha la stessa ingenuità di un liberale che prima del 1848 fosse andato alla corte di Vienna dal conte di Metternich per chiedere la Costituzione.
L’Europa ideale non alloggia nelle attuali istituzioni, quella reale invece può solo essere rovesciata se si vuole un nuovo edificio, costruito su altre basi.
Siccome la politica italiana dominante considera una bestemmia solo accennare a questo, si condanna all’impotenza e al delirio maniacale su quello che non c’entra.
La convenzione sulla riforma costituzionale è una mostruosità incostituzionale, come ci ripete giustamente Rodotà, ma è il solo modo che la politica dominante ha trovato per compiacere OCSE, Troika, tutti coloro che ci chiedono “riforme”.
Siccome accettiamo la controriforma liberista che ci viene imposta dall’Europa e dalla finanza mondiale, dobbiamo per forza fare la controriforma della nostra Costituzione. E se non ci riusciremo, saremo ancora una volta inefficienti, vecchi, non competitivi.
Con la stessa logica la disoccupazione di massa è tornata un’altra volta ad essere una questione di flessibilità. La legge Fornero è troppo rigida, ci vuole qualche tacca di precarietà in più, la ritoccheremo ha detto Letta. Che così si accinge a vincere la non facile impresa di essere più a destra di Monti. A quando la pensione a ottant’anni?
Rigore, competività, flessibilità sono le parole malate che tornano a dominare il dibattito politico, come accade da trenta anni.
Allo stesso modo, la grande novità che CGIL CISL UIL e Confindustria sanno elaborare è un altro patto corporativo, che cancelli il dissenso e il conflitto nei luoghi di lavoro e prometta sviluppo in cambio di produttività. Il fallimento di Marchionne che da tre anni somministra questa nuova dose della stessa ricetta, non insegna nulla, anche questo nuovo giro di vite sul lavoro lo chiede l’Europa.
Siamo un paese paralizzato che ripete sempre lo stesso errore perché le classi dirigenti tutte sono o complici o vittime della sindrome europea. Ogni ferocia sociale che ci vien fatta precipitare addosso nasce al grido: “lo vuole l’Europa”.
Bene, la sola vera e utile novità politica è che anche in Italia ci sia finalmente un movimento politico che nel nome della democrazia e dei i diritti sociali dica no a questa Europa.
Qualcuno che oggi governa con Berlusconi ci risponderà che questo è populismo di destra. No è questa Europa che alimenta il peggio di sé con il liberismo delle sue istituzioni. È questa Europa che fornisce sempre nuova vita a Berlusconi e a quelli come lui.
Rovesciare questa Europa è condizione necessaria per riprendere il cammino della democrazia e della crescita sociale. Di questo si devono convincere tutte le forze democratiche che oggi siano davvero intenzionate ad opporsi al governo.
Non basta dire un semplice no a Letta e a Alfano, bisogna alzare la voce fino a che quel no lo senta quella Troika che guida autoritariamente tutti i governi del continente.
Ci vuole anche in Italia una sinistra radicale che dica no all’Europa, come c’è in tutto il continente. Per cominciare a costruirla ci troviamo a Bologna, alla Bolognina, l’11 maggio.

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